Trump, Berlusconi, Beppe Grillo: la demonizzazione politica non paga più

di Daniele Dell'Orco
9 Novembre 2016

Qual è il più grande colmo per un sostenitore del sistema? Non sapere più come difenderlo. L’elezione di Donald Trump a 45esimo Presidente degli Stati Uniti è l’epilogo di un percorso iniziato mesi fa, dal copione scontato, e che tuttavia si ripete ciclicamente. L’outsider si fa largo fomentando odio. L’establishment risponde con ironia e compassione, sottovalutandolo. L’outsider diventa sempre più affermato, e allora il sistema cerca di difendersi nell’unico modo che conosce: seminando altro odio. Messa in questi termini, tuttavia, la battaglia non può che premiare il “perdente certo”, poiché proprio su quel sentimento ha fondato tutto il suo consenso. Se sono assetato d’odio, dunque, voto quello che odia meglio, e lo fa da prima.

La demonizzazione di Donald Trump ha prodotto esattamente questo effetto. “Se venisse eletto sarebbe una catastrofe”, “È un pagliaccio”, “Inadeguato”, “Il candidato più pericoloso della storia”, “I codici nucleari in mano a un irresponsabile”, tutte frasi sentite centinaia di volte, pronunciate da politici, giornalisti, analisti.  Si sono dissociate da Trump praticamente tutte le anime del partito repubblicano, dai grandi “vecchi” come John McCain e Condoleezza Rice, a governatori e senatori in carriera come John Kasich, John Thune e Kelly Agotte. Tutti i giornali americani l’hanno ostracizzato in tutti i modi, dal Wall Street Journal al New York Times. I sindacati, i broker di borsa, persino le major petrolifere e automobilistiche. Tutti, in America, si sono schierati contro Trump. Ed è per questo che ha vinto.

Della sua solitudine ha fatto una bandiera, dichiarando di poter avere le mani libere dal partito, poter agire in totale indipendenza e poter incarnare quello spirito battagliero anti-sistema che covano da anni i “veri americani”, vittime degli stranieri, del fisco rapace, della disoccupazione e dei “moralismi ipocriti”, costruiti ad arte per coprire una corruzione dilagante. A risultare decisiva è stata quindi la percezione che il candidato repubblicano fosse meno diavolo di quanto venisse urlato in giro da un’egemonia mediatica e culturale mondiale che produce solo guai e disastri.

Questo nuovo modo di approcciare al sentimento politico l’Italia lo conosce bene per un semplice motivo: perché per noi non è nuovo per niente. Ventidue anni fa entrò in politica un businessman desideroso di cambiare il Paese contando solo su se stesso, sulla sua forza, sul suo talento e sulla sua “indipendenza” dalle macchinazioni politiche: Silvio Berlusconi. Anche lui è un narcisista ossessivo-compulsivo, anche lui un tycoon con una ricchezza frutto di luci e ombre, anche lui convinto di poter realizzare i sogni dell’italiano del popolo, quello che si sporca le mani tenendo in piedi il paese ma i cui diritti vengono sempre considerati secondi. Entrambi, oltre a una certa passione per le donne affiancata a uno spiccato maschilismo, sono legati da un vittimismo che li fa passare per perseguitati dal sistema. Quel sistema che vuole difendere a tutti i costi i propri privilegi e non si accorge dei problemi comuni. Quel sistema che, in effetti, li perseguita davvero.

Berlusconi e Trump sono due risposte a una domanda di crisi della politica e delle istituzioni come concetto “responsabile”. Il primo ha costruito il suo successo lavorando ai fianchi dell’anima profonda dell’Italia, cavalcando i sentimenti che hanno reso i suoi media e le sue tv una straordinaria fonte di consenso. Il secondo, più “salvinianamente”, ha cavalcato il sentimento di rifiuto verso gli immigrati e i danni fatti in politica estera dal duo Obama-Clinton. Perché la politica nella post-truth society è questa: comprendere gli istinti. Il voto non segue più una dinamica razionale, ma empatica. Si vota a simpatia, come in un reality show. I candidati sono espressione di un concetto di spettacolo che va sotto il nome di infotainment. In questo contesto i fatti non esistono. Esiste solo un movimento “emozionale” in cui l’importante è costruire il più grande spettacolo del mondo che vive nel presente e per il presente.

Trump è un groviglio di questi istinti, tenuti insieme dall’odio e dalla paura, ideale per i social media, espressione di ostilità verso tutti e verso tutto. In quel canale, con quel linguaggio, il politico anti-sistema attrae chi vive chiuso nella propria dimensione individuale, informato e condizionato dal contatto con tante altre, analoghe, esperienze individuali, frustrate e perdenti. L’ideologia non conta più. I numeri, i fatti, lo spread, non contano più. Conta l’egoismo autoreferenziale che i politici non riescono a capire. Più che a Berlusconi, allora, questo epilogo fa pensare a Beppe Grillo, pure lui antesignano del trumpismo. Che dire della Brexit, infine. Mesi di campagna elettorale destinati a tracciare i contorni di quella che sarebbe dovuta essere un’apocalisse, e che nei fatti fino ad ora lo è stata invece solo per le grandi banche d’affari. Attenzione allora: perché da noi tra meno di un mese si vota per approvare una riforma della Costituzione senza la quale, a detta di Renzi, il Paese “si fermerebbe”.

Il tiro al bersaglio contro chiunque voglia rappresentare un elemento di rottura col passato non paga più. L’America, e il mondo intero, non finiscono con l’elezione di Trump. Il sole è sorto anche oggi, la storia andrà avanti. E da ora anche i cittadini a stelle e strisce avranno il loro “Ah, italiano? Berlusconi bunga-bunga”.