Strage di Istanbul: le giravolte di Erdoğan rendono fragile la Turchia

di Daniele Dell'Orco
2 Gennaio 2017

Dopo oltre 30 ore, l’Isis ha rivendicato l’attentato di Istanbul di capodanno. L’attentatore – che ha fatto fuoco nel locale Reina, uccidendo 39 persone – era legato allo Stato Islamico.
Che l’attacco fosse legato all’Isis lo avevano già confermato le indagini delle forze di sicurezza turche. Che stanno cercando in tutto il Paese l’attentatore, di cui è nota la foto ma non l’identità, che dovrebbe essere originario dell’Asia centrale, Kirghizistan o Uzbekistan. Secondo i media turchi, l’autore della strage sarebbe legato alla stessa cellula che a giugno colpì l’aeroporto Ataturk, causando 47 morti. In base alle testimonianze raccolte, sembra ormai certo che l’attentatore parlasse arabo.

È il Bataclan del Bosforo, in una Turchia che paga in qualche modo le giravolte in politica estera di Erdogan, impegnato a costituire un fronte interno post-golpe millantando nemici incontrollabili – come Fetullah Gulen – ma esponendosi allo stesso tempo a una facile rappresaglia da parte degli integralisti islamici, indispettiti dal “dietrofront” turco in Siria. In Medio Oriente, si sa, alleati e complici diventano spesso nemici o finti amici. E viceversa. Fino a poco più di una stagione fa il presidente turco era il campione dell’Islam sunnita. Era il “sultano” di un progetto neo-ottomano, di netta impronta musulmana, sia in politica estera che in politica interna. Adesso è invece membro di un’alleanza russo-iraniana sul piano militare e diplomatico favorevole alla causa sciita. Ossia allo schieramento opposto.

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All’inizio della guerra civile in Siria ha quasi dichiarato la guerra al regime di Bashar al Assad (appartenente alla comunità alawita, di origine sciita), e ha appoggiato l’opposizione sunnita. Cinque anni dopo, il 19 dicembre scorso, il poliziotto turco che ha assassinato Andrey G.Karlov, l’ambasciatore russo ad Ankara, pare volesse punire il paese che bombardava i ribelli impegnati nell’assedio di Aleppo. Ma in quella battaglia l’alleata della Russia di Putin, e del regime siriano di Bashar al Assad, era la Turchia di Erdogan, insieme all’Iran degli ayatollah. I proiettili non erano dunque destinati soltanto alla vittima russa. Il ribaltone può essere definito storico, perché la tradizione ottomana, alla quale si richiamava un tempo Erdogan, ha considerato spesso, per secoli, inevitabili avversari sia la Russia sia l’Iran.

Erdogan ha sposato a lungo la causa araba. Fino a diventare il punto di riferimento delle “primavere”, da quella tunisina a quella egiziana. Poi è stato l’ispiratore dei Fratelli musulmani vincitori delle elezioni a Tunisi e al Cairo. In ossequio al grande amico, prima di essere esautorati, i Fratelli musulmani hanno aggiunto ai nomi dei loro partiti le parole “giustizia” e “sviluppo”, quelle dell’Akp turco di Erdogan. Il quale era visto come un esempio di Islam moderno. Ora il mito è svanito, e la Turchia si sveglia nel nuovo anno con molti nemici in più.