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Spagna, Scozia, Belgio e Irlanda: quegli indipendentismi che creano confusione

Daniele Saponaro di Daniele Saponaro, in Esteri, del

In Europa torna attualissimo il dibattito sugli indipendentismi, miccia (mai spenta a dire il vero) aperta recentemente dalla Scozia con il referendum del 2014 e ufficialmente esplosa con i fatti di cronaca degli ultimi giorni provenienti da Barcellona. Il rischio che tutto questo clamore si trasformi in un’enorme partita di Risiko pronta a riscrivere i confini del Vecchio Continente per il momento non sembra essere così grande, ma in mezzo a tanta fantasia e poca conoscenza delle reali motivazioni che spingono questi popoli, o presunti tali, a parlare di autodeterminazione, è forse opportuno e utile fare un po’ di chiarezza sulle effettive situazioni che si stanno vivendo in queste terre, dove le lotte per l’indipendenza sono nate svariati decenni prima dei partiti che ora cavalcano in maniera più o meno demagogica questi diritti.

Partiamo proprio dalla Scozia, dove l’ambizione di diventare uno Stato sovrano e indipendente non nasce da piccoli gruppi identificabili in una parte del territorio (a differenza delle stragrande maggioranza delle situazioni che affronteremo in seguito) ma da un’intera nazione, oggi costitutiva del Regno Unito. Il popolo scozzese ebbe la possibilità di esprimersi in occasione del referendum svoltosi il 18 settembre 2014. Sul piatto c’era la possibilità di un reale indipendentismo, proposto e supportato dal governo guidato dal primo ministro Alex Salmond, leader del partito nazionale scozzese, che avrebbe portato dopo 307 anni alla conclusione dell’Atto di Unione, sancito nel 1707 per unire il Regno d’Inghilterra e il Regno di Scozia in unico regno, la Gran Bretagna.

Vinse il NO con il 55% dei voti, rimane però il dubbio su quale sarebbe stata la volontà degli elettori se il referendum si fosse svolto dopo e non prima la Brexit. Senza spostarci più di tanto andiamo in Irlanda, anche qui a combattere per l’indipendenza era un intero popolo, ma l’esito non fu deciso da un referendum ma da una sanguinaria guerra durata negli anni e conclusasi l’11 luglio 1921, con il trattato Anglo – Irlandese, che decretò l’effettiva vittoria del popolo irlandese di ottenere l’indipendenza dalla Gran Bretagna e la creazione dello Stato Libero d’Irlanda. Il Trattato consentiva all’Irlanda del Nord, istituita dal Government of Ireland Act del 1920, di chiamarsi fuori dallo Stato libero. Non tutto il movimento indipendentista accettò il Trattato, considerato un compromesso. Questo contrasto portò alla guerra civile, che si concluse nel 1923, con la sconfitta della fazione anti-Trattato che influenzò profondamente la politica irlandese nei decenni successivi.

Ecco questi due sono i casi in cui in gioco ci stava (e ci sta ancora) un’identità nazionale, un interesse nazionale e un reale senso di appartenenza alla propria storia, alla propria cultura, alle proprie radici.

Molto diverso da quanto accade nel resto d’Europa. In Spagna per esempio, sia in Catalogna ora che nei Paesi Baschi negli anni precedenti. Nel primo caso a spingere verso l’indipendenza è la rivalità con la capitale Madrid, cresciuta ultimamente anche grazie al notevole sviluppo che Barcellona, e con lei tutta la zona circostante, ha avuto in campo turistico, sportivo e tecnologico. La Catalogna ora vede con malcontento la dipendenza da uno Stato centrale e si sente autosufficiente, nonostante le manchino tutti i tratti distintivi di una vera nazione. Nei Paesi Baschi la spinta “autosovranista” sembra essersi invece esaurita o quantomeno affievolita. Ad entrambi la risposta è stata comunque data dal popolo spagnolo, con il milione di persone scese in piazza a Barcellona con le bandiere spagnole nei giorni scorsi.

Tralasciando per ultimi i fatti di casa nostra, è emblematico il paradosso del Belgio, scelto come Stato simbolo e capitale dell’Unione Europea. Per colpa di scelte politiche fallimentari questo paese realmente unito non lo è mai stato. Fiamminghi e Valloni si fanno la guerra da sempre: parlano lingue diverse, hanno governi e parlamenti diversi, persino le forze di polizia non hanno contatti tra loro. Sembrerebbe il quadro perfetto dell’utopia degli Stati Uniti Europei, nati con l’intenzione di rappresentare una grande comunità di popoli, e finita invece proprio come Bruxelles, non a caso cuore pulsante dell’Unione.

Arriviamo quindi all’Italia. Il tanto decantato secessionismo non ha origine storiche, ne tantomeno identitarie, e comunque si allontana parecchio da quello che è il tema delle consultazioni previste per fine mese. Le motivazioni dei referendum indetti in Veneto e Lombardia infatti affondano le proprie radici nell’economia, e su questo il dibattito potrebbe anche essere aperto essendo fra le Regioni più produttive d’Italia, ma rischieremmo di dilungarci troppo e di andare comunque fuori tema. Inoltre non è la sopracitata secessione ad essere oggetto del referendum consultivo, previsto per il 22 ottobre, bensì l’autonomia già riconosciuta ad altre regioni come la Valle d’Aosta o la Sicilia. Probabilmente il nodo centrale è proprio legato ai poteri speciali attribuiti a questi Regioni, sarebbe da chiedersi se ai giorni d’oggi ha ancora senso mantenerli, piuttosto che estenderli agli altri governi territoriali che li richiedono.

Ovviamente di focolari in giro per l’Europa ce ne stanno tanti altri, più o meno degni di nota. Di certo ci sta che di confusione ne è stata fatta tanta, volutamente e non, ma è fondamentale in queste settimane quando si parla di indipendentismi saper distinguere una battaglia fatta in nome della libertà di un’intera nazione, e un’altra fatta invece per sostenere interessi territoriali. Ogni Paese di identità ne ha una sola, e da italiani e da europei essere fautori di uno stravolgimento che divida la nostra terra e riscriva la nostra storia sarebbe un errore imperdonabile.

Daniele Saponaro

Daniele Saponaro

Daniele Saponaro, romano di 30 anni. Comincia giovanissimo l'attività politica, diventando a 20 anni dirigente provinciale di Azione Giovani, movimento giovanile di Alleanza Nazionale. Nel 2013, insieme agli altri membri dell'esecutivo, partecipa alla fondazione e alla costituzione di Gioventù Nazionale, organizzazione giovanile del neonato Fratelli d'Italia, diventando il segretario romano del movimento, carica che ricopre attualmente. Parallelamente all'attività politica, inizia la sua carriera professionale collaborando con la Niaf, l'associazione degli italiani in America, dove sta a stretto contatto con le imprese connazionali interessate ad avviare attività oltreoceano. Questa esperienza lo porterà poi all'Anpit, associazione di imprenditori impegnata nella contrattazione collettiva e i servizi alle aziende, della quale è il presidente a Roma dal 2015.

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