San Pietroburgo: l’attentatore è un suicida, ma non chiamatelo kamikaze

di Daniele Dell'Orco
4 Aprile 2017

La procura generale russa parla di “attentato terroristico” dopo l’esplosione avvenuta ieri nella metropolitana di San Pietroburgo. Le vittime sarebbero arrivate a 14, con anche 45 feriti. Lo riferisce il sito di informazione Fontanka.ru che per primo stamane ha dato la notizia. Secondo fonti citate dalla testata almeno 11 corpi sono sottoposti ad autopsia. Una donna, la 14esima vittima, sarebbe deceduta mentre era in ambulanza verso il più vicino ospedale. Tra le persone coinvolte ci sarebbero anche bambini, ma ancora non si conosce il numero né l’identità. Da oggi lutto cittadino per tre giorni. L’antiterrorismo russo starebbe seguendo la pista di un kamikaze, membro di un’organizzazione terroristica islamista messa al bando nel Paese, quale responsabile dell’attentato alla metro. “Era il cittadino kirghiso Akbarjon Djalilov (…), nato nel 1995”, ha dichiarato il portavoce dei servizi di sicurezza kirghisi, Rakhat Saulaimanov. Nelle scorse ore, i servizi di sicurezza avevano parlato di un cittadino kazako, membro di un’organizzazione terroristica islamista messa al bando nel Paese.

Ora, sebbene il termine kamikaze sia stato nei tempi moderni riciclato e riutilizzato giornalisticamente per definire un qualsiasi membro di un gruppo militare o terroristico che compie un attentato, sacrificando per motivi ideologici o religiosi la propria vita, la definizione, anche alla luce della brutalità, dell’efferatezza e della sofferenza gratuita e indiscriminata che caratterizza tali attacchi, non rende giustizia a quella che è stata la sua natura. 

Il termine kamikaze significa «vento divino», ed è una composizione di kami, che vuol dire “divinità”, e kaze che significa appunto “vento”; secondo la tradizione giapponese, kamikaze sarebbe un tifone che nel 1281 distrusse provvidenzialmente la flotta con la quale i Mongoli di Kublai Khan nel 1281 progettavano di invadere il Paese del Sol Levante. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando per il Giappone tutto era perduto, quel vento divino venne incarnato da uno schieramento di piloti volontari che formarono delle squadriglie suicide note con il nome di Tokkōtai (unità di attacco speciale). Innanzitutto il concetto di “volontario”, completamente diverso da quello che contraddistingue un terrorista islamico, indottrinato, talvolta costretto sin da bambino a “formarsi” come agnello sacrificale. Strappati alle proprie madri sono considerati un’arma, una mina, con l’unica ricompensa che una volta passati a miglior vita verrebbero ricompensati per l’eternità. Ai kamikaze giapponesi, senza alcun tipo di precedente nella storia della guerra, veniva “chiesto”, e non “ordinato”, dai loro superiori di andare a compiere l’estremo atto per salvare la propria famiglia, la propria Patria e, solo in ultimo, l’Imperatore. La loro era un’impresa così audace e temeraria da rappresentare un incredibile atto di abilità e coraggio. Scientemente, senza mimetizzarsi tra la folla con dell’esplosivo nello zaino. Chi colpisce civili indifesi, uccidendo persone inermi e innocenti, non ha nulla dell’onore dei tokkōtai. 

I piloti suicidi, prima di sparire per sempre, gridavano tre volte: “Tenno heika banzai! Viva l’Imperatore!”, con le braccia distese e le mani guantate di bianco rivolte al cielo. Kamikaze, guerrieri del vento divino, e non “terroristi autoesplodenti” (jibaku terorisuto), vili, inconsapevoli e destinati all’infamia perenne.