Proteste contro Trump: il Presidente Usa non è più un semi-Dio

di Daniele Dell'Orco
21 Gennaio 2017

I campioni di democrazia all’Americana hanno sempre insegnato di fronte al mondo una massima abbastanza importante: il popolo ha sempre ragione. Per cento milioni di motivi si può cercare di ostracizzare un candidato alla Presidenza durante le primarie di partito o la campagna elettorale contro l’avversario che ha ottenuto la medesima nomination. Ad elezioni concluse, però, non c’è più discussione che tenga: il popolo ha parlato, il Presidente è di tutti.

Questa “venerazione” della figura che rappresenta l’unità nazionale al punto da diventare semi-divina, estrema, persino dittatoriale quando c’è da prendere qualche decisione impopolare, è talvolta decaduta nel corso degli anni di fronte a casi di impeachment, a scelte scellerate come l’invasione del Vietnam o in ultimo dell’Afghanistan, persino a tradimenti coniugali. Il numero uno della Casa Bianca, però, pur criticabile, è l’America.

Questo concetto un po’ alla House of Cards sembra essere stato completamente stravolto dalla nomina di Donald Trump come 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Come se non fosse bastata la lezione polito-sociologica impartita dal tycoon alle istituzioni, alle banche d’affari, ai salotti politici, al mondo patinato di Hollywood, anche all’indomani dell’insediamento del nuovo Presidente le proteste non sono mancate in tutta America.  Sono oltre 200 le persone che sono state arrestate ieri a Washington durante le manifestazioni e le azioni di disturbo. Proteste in gran parte pacifiche che però in alcuni casi sono precipitate in scontri con la polizia: almeno due agenti e un’altra persona sono stati ricoverati in ospedale per ferite non gravi, hanno reso noto le autorità cittadine.

Gli scontri più violenti si sono avuti nella 12esima strada e in K street dove dimostranti, con il volto coperto da cappucci neri, hanno distrutto vetrine e fermate dell’autobus, spaccato i vetri di una limousine parcheggiate e lanciato sassi contro i poliziotti schierati. Gli agenti hanno risposto lanciando lacrimogeni ed usando “spray urticanti ed altri dispositivi di controllo per disperdere i responsabili criminali e proteggere le persone e le proprietà”, ha reso noto la polizia.

Ma non solo Washington è stata teatro di manifestazioni contro l’insediamento di Trump. Da New York, la città del tycoon diventato presidente dove già giovedì sera avevano manifestato 25mila persone, a Dallas, da Chicago a Portland, vi sono proteste e rally. Violenze si sono registrate a Seattle dove sostenitori di Trump e dimostranti si sono scontrati di fronte all’auditorium della University of Washington dove ha tenuto una conferenza Milo Yiannopoulos, il direttore di Breitbart il sito estremista di destra che è stato strumentale alla vittoria di Trump e che è stato fondato da Stephen Bannon, ora principale stratega della Casa Bianca. La polizia ha reso noto che una persona è stata ferita in modo grave da un colpo di pistola sparato durante gli scontri.

È metà dell’America che sconfessa il proprio Presidente prima ancora che possa iniziare il suo mandato. È l’America che ammette di fronte a se stessa che nemmeno il numero uno della Casa Bianca è fuor di discussione. A Trump, da par suo, non basta inneggiare alla riscoperta del patriottismo, agli incentivi per il popolo americano e all’unione di tutti i cittadini contro l’establishment che per decenni non si è curato di loro. È come se si trovasse ancora in campagna elettorale. Solo che le elezioni sono belle che andate, e ora all’America tutta serve unità. Se il buongiorno si vede dal mattino, con il popolo che calpesta la bandiera, allora ad attendere gli Stati Uniti ci sono tempi parecchio bui.