Il Presidente della Romania dice no al primo premier musulmano d’Europa

di Daniele Dell'Orco
29 Dicembre 2016

L’esempio della crisi politica in corso in Romania offre almeno due spunti fondamentali: 1) In una Repubblica semipresidenziale il Capo dello Stato “conta” davvero; 2) Bisogna tener conto che alle minoranze, in quanto tali, spetta il giusto spazio e la giusta considerazione. Si badi bene, né troppa, né troppo poca. In quello che è il più popoloso tra i paesi balcanici (nonché membro di Unione Europea e Nato) il confronto politico in tra il Presidente liberalconservatore (centrodestra) Klaus Iohannis, e il Partito socialdemocratico (Psd, membro del Partito socialista europeo e vincitore col 45 per cento dei consensi delle elezioni parlamentari dell’11 dicembre scorso), minaccia di diventare risolvibile solo con elezioni anticipate a scadenza ravvicinata. Iohannis ha infatti rifiutato di conferire l’incarico di formare il governo alla candidata del Psd, Sevil Shhaideh, di origini turco-siriane e di religione musulmana.

Il Capo dello Stato, che non ha fornito precise spiegazioni in merito a tale scelta, lascia sfumare così la possibilità che per la prima volta una donna di religione islamica assumesse la guida dell’esecutivo in un paese della Ue. Tra le ragioni principali ci sarebbero i sospetti sul passato del marito di Sevil Shhaideh, ex alto funzionario governo siriano, che secondo i servizi segreti romeni (Sir) e forse anche l’intelligence di altri paesi Nato, avrebbe ancora (insieme a suo fratello) stretti contatti con il regime di Assad in Siria, e a detta di altre fonti persino di contatti con gli Hezbollah, la formazione integralista libanese.

Le motivazioni tuttavia sarebbero anche di natura politica. Shhaideh è un’economista e una figura poco nota nel panorama politico del paese. Fino a questo momento ha ricoperto ruoli secondari tra cui quello di segretario presso il ministero per lo Sviluppo regionale sotto il precedente governo socialista. Tutt’altro che una figura di primo piano, dunque, per poter subentrare al già precario primo ministro Dacian Cioloș, un tecnico ex commissario Ue subentrato al dimissionario Victor Ponta. La scelta di proporre la Shhaideh da parte del partito socialdemocratico, che detiene una solida maggioranza dei seggi in parlamento, è riconducibile allora alla volontà da parte del presidente del partito, Liviu Dragnea, di consegnare la poltrona a un “prestanome”, visto che non può diventare primo ministro perché è stato condannato nei mesi scorsi per frode elettorale.

Il Presidente della Repubblica, allora, che in Romania è eletto con voto popolare per un massimo di due mandati di 5 anni, ha deciso di fare una scelta di campo e respingere una candidatura che avrebbe scatenato più di qualche malumore tra gli equilibri religiosi del Paese. In Romania, infatti, l’80 per cento della popolazione è di fede cristiana ortodossa e solo l’1 per cento è musulmano. Secondo alcuni commentatori la probabile elezione di Shhaideh non sarebbe piaciuta a una buona parte dell’elettorato, perché a quel punto le due maggiori cariche statali sarebbero ricoperte da persone che fanno parte di minoranze etniche e religiose (lo stesso presidente Iohannis è protestante e di origini tedesche). Bisogna considerare però che l’Islam che si pratica in Romania, quello della minoranza tatara, è molto moderato e ha convissuto a lungo con un regime socialista: Shhaideh non indossa nemmeno il velo.