Il neutralismo dei Conservatori inglesi che rende la Brexit ormai condivisa

di Pierfrancesco Malu
24 Ottobre 2016

In questa misera condizione si dannano le anime tristi di coloro che vissero senza lode e senza infamia” (Dante, Inferno, Canto terzo, versetti 36-38).

Andando a scomodare il Sommo Poeta che, tramite la bocca della guida Virgilio, così definisce gli ignavi che stanno all’ingresso dell’Inferno, anche noi potremmo inserire in questo girone gli esponenti del Partito conservatore inglese a proposito della questione Brexit. Sì perché in uno dei passaggi più importanti della politica del Regno Unito degli ultimi venticinque anni, i Conservatori, peraltro al Governo, hanno ufficialmente deciso di non decidere, cercando di mantenere una posizione equidistante tra le due fazioni, pur “strappandosi dall’interno”.

Nel recente passato, la storia che porta alla Brexit nasce nel biennio 2014-2015. In questo periodo, si sono tenute sia le elezioni Europee (nel 2014) sia le elezioni generali (nel 2015). Per quanto riguarda le europee, il risultato emerso dalle urne (reso ancor più rilevante dal sistema proporzionale per l’assegnazione dei seggi) ha portato lo UKIP a vincere il maggior numero di seggi destinati alla Gran Bretagna e registrare un favore popolare di oltre quattro milioni di voti, relegando i Conservatori al ruolo di terza forza in campo, superati dai Laburisti. Questo è stato un risultato ancora più clamoroso se si pensa che era dal 1906 che un partito diverso da Conservatori o Laburisti non faceva registrare la più alta percentuale di voti popolari; mentre, era dal 1910 che un partito non appartenente ai due principali nono vinceva il maggior numero di seggi. Un vero e proprio terremoto per i partiti inglesi che vedevano avanzare sempre più la “purple wave” dello UKIP. Nel tentativo di contrastare questa marea, la risposta di Cameron nel corso della campagna elettorale per le elezioni generali del 2015 è stata quella di cercare di battere il partito di Nigel Farage sul suo stesso terreno, radicalizzando i toni del Partito conservatore nei confronti dell’Unione Europea e promettendo un referendum popolare sulla partecipazione britannica all’Unione stessa. Con questa promessa, Cameron ha vinto le elezioni e, contemporaneamente, appagato la sete di buona parte del proprio partito che da tempo si era dimostrata più che indolente riguardo l’UE e tutt’altro che sorda ai richiami di Farage. In effetti, la strategia operata da Cameron, volta più al tentativo di mantenere l’unità interna al partito, ha messo in evidenza le lacerazioni interne ai Conservatori riguardo i rapporti del Regno Unito con l’Unione Europea.

Evitando quindi di schierarsi apertamente, i Conservatori hanno preferito una condizione di neutralità nel dibattito lasciando però che, in autonomia e “a titolo personale”, il Primo Ministro prendesse posizione cautamente a favore del remain. La strategia del compromesso che ne è emersa, tuttavia, ha salvato le apparenze tradendosi però nella sostanza. Se, come partito di Governo, la scelta dei Conservatori può godere del supporto di una sua logica intrinseca volta al mantenimento dell’equilibrio, la decisione del Primo Ministro e loro leader ribadisce una posizione non univoca all’interno del partito che, per il suo stesso bene e non per spirito di democratica imparzialità, ha preferito tenersi fuori dalla lotta. Come ha, infatti, dichiarato il Chairman Conservatore Lord Feldman: “I am delighted that the Party Board has followed the Prime Minister’s recommendation that CCHQ and the Party’s Associations remain neutral in the EU referendum campaign. The important thing is that the Party is able to come together and unite whatever the outcome“.

Sostanzialmente, Cameron ha acconsentito di sacrificare il Regno Unito in nome dell’unità del partito. La sua celata speranza (da conservatore fin troppo moderato come qualcuno da sempre lo accusava di essere) era che il suo impegno, anche in mancanza del sostengo del partito, e il nutrito fronte volto alla permanenza nell’Unione, sarebbero stati sufficienti a garantire la vittoria del remain. Probabilmente, però, non aveva fatto bene i conti con il diffuso sentimento di favore verso il leave che i suoi stessi compagni di partito (con l’ex Sindaco di Londra Boris Johnson in testa) nutrivano e che avrebbero comunque manifestato.

La reale discrepanza di idee è poi emersa immediatamente dopo il voto, quando Cameron (che in realtà è da considerarsi sconfitto e vittima della sua stessa strategia politica) ha preferito rassegnare le dimissioni da Primo Ministro, lasciando questo incarico a Theresa May. L’attuale inquilina del numero dieci di Downing Street, nel corso della campagna referendaria si era mostrata favorevole alla permanenza nell’Unione, senza tralasciare però più di un commento critico nei confronti delle Istituzioni europee. In effetti, la sua figura si inserisce pienamente nel solco tracciato dalla “neutralità” Conservatrice riguardo il referendum: da un lato la May ha operato una flebile e poco convinta campagna a favore del remain, dall’altro ha cercato (così come accusata anche dal Telegraph) di non accentuare troppo i toni a riguardo per mantenere viva la possibilità di una propria candidatura alla guida del Partito Conservatore. Il risultato di ciò, è l’attuale fermezza dei Conservatori nel voler rispettare pienamente il voto referendario (pur non essendo questo vincolante giuridicamente) e trattare un’uscita dall’Unione che sia in grado di rafforzare il Regno Unito, pur mantenendo una relazione “speciale” con Bruxelles.

Alla fine di questa questa storia, tuttavia, rimane la sensazione che la neutralità del Partito di governo abbia in definitiva favorito indirettamente i fautori dell’uscita dall’Unione. La non scelta del principale partito del Paese non ha semplicemente lasciato libertà di decisione alle coscienze degli elettori, ma ha fatto in modo che queste fossero influenzate dal dilagante populismo dello UKIP, col risultato che molti di coloro che hanno votato a favore dell’uscita non sono stati poi in grado di argomentare pienamente la scelta fatta. Tutto ciò non è sintomo di quello che si definirebbe un atteggiamento equidistante da parte dei Conservatori, ma sembra piuttosto un modo per ottenere un risultato sperato (anche se non univocamente condiviso), tralasciando molti dei propri doveri verso gli elettori e senza assumersi le responsabilità che questi comportano.