Libia, se Tripoli chiede aiuto l’Italia ha l’obbligo di intervenire

di Fabio S. P. Iacono
4 Settembre 2018

L’ambasciata d’Italia a Tripoli è stata evacuata. In questo momento restano solamente pochi dipendenti incaricati della presenza dipolomatica necessaria italiana. La Farnesina ha reso noto che “la sede resta aperta, ma con una presenza più flessibile, in base alle questioni legate alla sicurezza: Non aveva senso lasciare personale che non aveva possibilità di agire, vista la situazione”. Assente l’ambasciatore Giuseppe Perrone, al momento dell’operazione compiuta utilizzando navi militari italiane in partenza probabilmente per Malta. In precedenza, con un tweet, proprio l’ambasciata aveva annunciato: “Continuiamo a stare al fianco dell’amato popolo libico in questa difficile congiuntura”.

Ormai è caos in Libia, con la proclamazione dello Stato di emergenza e dopo che sabato un missile aveva colpito un albergo vicinissimo all’ambasciata italiana a Tripoli (suo vero obiettivo). La situazione era già precipitata domenica scorsa e a una settimana dall’inizio dell’escalation la mossa del Consiglio presidenziale libico, guidato da Fayez Al Sarraj, di proclamare lo Stato di emergenza nella capitale per gli scontri tra milizie intorno alla città. Una decisione assunta «per proteggere i cittadini e la sicurezza, gli impianti e le istituzioni vitali che richiedono tutte le necessarie misure militari e civili”. Così il comunicato ufficiale. La stampa e la televisione tripolitane ci hanno informato intorno all’avanzata della Settima Brigata, con violenti combattimenti lungo la strada verso l’aeroporto: i morti sarebbero almeno 50 e i feriti già oltre 105. Inoltre per gli scontri l’evasione di circa 400 detenuti dopo una rivolta dal carcere di Ain Zara in un sobborgo meridionale di Tripoli. Il governo di Al Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, ha annunciato la formazione di un comitato di crisi per gestire il nuovo Stato di emergenza, avvertendo le parti in conflitto che dovranno affrontare le conseguenze se cercano di cogliere l’opportunità per perseguire propri obiettivi.

Quelli dell’ultima settimana sono gli scontri più violenti dal 2014. Nel suo messaggio, il Consiglio presidenziale libico ha condannato le violenze, definendole “un attentato alla sicurezza della capitale e dei suoi abitanti, davanti ai quali non si può restare in silenzio”. Il comunicato ammonisce le milizie a “rispettare la tregua” e bloccare ogni azione militare verso la capitale. Ma la tregua sembra tutt’altro che vicina. Il colonnello Abdel Rahim Al-Kani, leader della Settima Brigata, milizia della cittadina di Tarhuna, a 60 chilometri a sud della capitale, ha dichiarato che le sue forze sono posizionate lungo la strada per l’aeroporto e che stanno per sferrare un attacco al quartiere di Abu Salim, porta di accesso al centro storico. Secondo i media locali, la brigata ha proclamato l’area come zona militare, chiedendo agli abitanti di lasciare le loro abitazioni, in preparazione di una “importante offensiva contro le milizie presenti nel quartiere”. È così scattata una corsa contro il tempo per arrivare a una mediazione che eviti una ulteriore escalation, dopo che la ripresa dei combattimenti finora ha già provocato una cinquantina di morti, tra cui una ventina di civili, e circa 200 feriti. Ieri il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha sollecitato “tutte le parti a cessare immediatamente le ostilità” e ad attenersi agli accordi di cessate il fuoco conclusi in passato sotto l’egida dell’Onu. Anche sul fronte interno libico ci si mobilita per trovare una tregua.

Il capo del Consiglio libico degli anziani per la riconciliazione, Mohamed al Mubshir, ha annunciato la formazione di un comitato d’emergenza per negoziare con le parti in lotta, indicando la necessità di raggiungere una soluzione radicale alla questione di tutte le formazioni armate nel paese. La Settima Brigata di Tarhuna, milizia legata al signore della guerra Salah Badi, si è resa autonoma dal Governo di unità nazionale, guidato da Al Sarraj, e combatte per liberare Tripoli dalle altre milizie armate, accusate di corruzione. A fronteggiarla una serie di milizie che formano unità speciali dei ministeri dell’Interno e della Difesa del governo di Al Sarraj: le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, la Forza speciale di Dissuasione (Rada), la Brigata Abu Selim e la Brigata Nawassi, sostenute economicamente anche dall’Unione europea perché legate all’esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale. A conseguenza di quanto manifestatosi sopra, in caso di esplicita e chiara richiesta d’aiuto da parte di Al Sarraj, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alla luce geopolitica, storica e culturale italiana, dovrebbe inviare un corpo militare di intervento di liberazione libica, anticipando e battendo sul tempo la burocrazia internazionale politica.