Libia, cinque anni dopo Gheddafi: L’Italia abbandonata a se stessa

di Daniele Dell'Orco
21 Ottobre 2016

Durante la campagna elettorale dal livello contenutistico più basso degli ultimi 50 anni, negli Stati Uniti si sente spesso dire: “È da irresponsabili consegnare i codici nucleari a Donald Trump”. Nelle mani del suo avversario, Hillary Clinton, in realtà, non sarebbero molto più al sicuro, a giudicare dalla data di ieri, il 20 ottobre, che per i più smemorati corrisponde con l’uccisione di Mu’ammar Gheddafi, nell’improvvisato Piazzale Loreto di Sirte di 5 anni fa. In quella occasione, atteggiandosi da moderno Giulio Cesare, l’allora segretario di Stato americano sfoggiò un sorriso sfrontato e una frase rimasta nella storia: “We came, we saw, he died” (“Siamo venuti, abbiamo visto, è morto”).

Il segreto su chi, tra la folla di ribelli intenti a sputare, percuotere e infamare il raìs abbia dato il colpo di grazia a Gheddafi resterà ancora per molto. Forse uno 007 francese, dopo che nel marzo 2011, alla vista delle prime bombe transalpine su Bengasi, il Colonnello minacciò di rivelare dettagli imbarazzanti sui milioni di dollari versati dal Governo libico per finanziare l’ascesa politica dell’allora presidente Sarkozy. Lui, il petit Napoleon che col placet di Regno Unito e Stati Uniti iniziò la crociata contro Gheddafi. A farne le spese? Ovviamente l’Italia, e nello specifico un governo Berlusconi che durante alcuni drammatici Consigli dei Ministri appariva quasi in lacrime. Non ebbe il pugno di ferro. Come avrebbe potuto, del resto? Fu, a tutti gli effetti, uno stato satellite. Con un piccolo dettaglio però: l’Italia, primo partner commerciale del Colonnello, nel 2008 produceva un giro d’affari da 22 miliardi l’anno con la Libia. Ora i miliardi sono circa 11, in drastico calo a causa delle lotte di potere ancora in atto 5 anni dopo la caduta del raìs.

In Libia, ad oggi, ci sono di fatto tre governi. Uno di unità nazionale, capeggiato da Fayez al Sarraj e appoggiato dalle Nazioni Unite. Uno che si contende la parte occidentale del Paese, con a capo l’ex esecutivo islamista di Tripoli e l’appoggio di Fratelli Musulmani, Turchia, Sudan e Qatar. Ad est, invece, in Cirenaica, l’esecutivo di Tobruk continua a non riconoscere il governo di Tripoli e l’esercito del generale Khalifa Haftar si è assicurato il controllo della cosiddetta “mezzaluna petrolifera”.  Già, il petrolio, ovviamente di interesse italiano, ma anche fattore scatenante della crociata franco-britannica.

Prima dell’abbattimento del regime, l’Italia usufruiva del 28% della produzione complessiva, agente in loco con l’Eni (maggiore produttore straniero di petrolio nel Paese nordafricano prima della guerra civile) fin dal lontano 1959, rapporto ulteriormente rafforzato dopo l’accordo Gheddafi-Berlusconi del 2008 che valeva 5 miliardi. Poi la fetta principale toccava alla Francia, con il 15%, e in seguito Cina con l’11% e Germania (10%). Ora, tanto per fare un esempio, nell’area di Murzuq, a sud, l’Elephant Field (El Feel Field), il più grande bacino petrolifero libico, di proprietà Eni è bloccato dal 2015 dopo che le Guardie Petrolifere ne levarono il controllo alle tribù Tebu.

Oltre alla questione energetica, però, quando era Gheddafi a dominare la scena politica, gli investimenti italiani includevano pure un miliardo di euro nelle grandi opere (Impregilo), 740 milioni nelle ferrovie (Ansaldo), 125 milioni nelle infrastrutture stradali (Anas), 68 milioni nelle telecomunicazioni (Sirti), 60 milioni da piccole e medie imprese. Tuttora sono circa 1.500 le aziende italiane coinvolte in operazioni commerciali, ma in molti, nel corso dei mesi, preferiscono la fuga. Già nei primi sei mesi del 2014 l’export dell’Italia verso la Libia era stato pari a 1,732 miliardi (-15,4%) e l’import a 3,054 miliardi (-58,6%). I crediti pubblici non riscossi da molte di queste imprese, poi, ammontano a un miliardo di euro.

In tutto ciò, cosa si è dovuto sentir dire il premier Renzi nell’incontro a Washington con Obama (uno che l’intervento lo appoggiò, salvo poi pentirsene anni dopo ammettendo pubblicamente l’errore)? “L’Italia intensifichi gli sforzi nella ‘fase due’ del post-Gheddafi”. Ah, l’Italia che prima stava più che bene, che godeva di rapporti privilegiati con un partner energetico di caratura mondiale (praticamente l’unico, peraltro), viene prima calpestata dalle Nazioni Unite, poi “costretta” a cambiare governo, e infine che perde miliardi di euro in partnership, ora deve intensificare gli sforzi? Oltre al caos interno e al danno economico-politico, infatti, c’è da considerare il problema dei migranti, diretta eredità della caduta di Gheddafi. Un problema tutto italiano, dacché il fenomeno immigrazione costa il Belpaese 6,1 miliardi di euro nel triennio 2014-2016, come spiega una ricerca del Centro studi Impresa-Lavoro realizzato su dati di ministero dell’Interno, Commissione europea, prefetture, Anci e Fondazione Leone Moressa. La voce più importante è quella di vitto e alloggio, cioè l’accoglienza in senso stretto: alla fine di quest’anno sarà pari a 3 miliardi e 668 milioni, ai quali vanno aggiunti costi militari, spese sanitarie e amministrative. Tanto per fare un paragone, dal diario dell’Ambasciatore italiano in Libia, Francesco Paolo Trupiano, appena pubblicato da Greco & Greco, emerge che “A fronte di 34.540 migranti giunti sulle coste italiane dalla Libia nel 2008, ripartiti su 537 ‘eventi di sbarco’, il numero si è ridotto a 8232 nel 2009, ripartiti su 133 eventi di sbarco. Nel primo trimestre del 2010 sono stati solo 170 i migranti giunti in Italia dalla Libia”.  Al 18 ottobre, invece, solo quest’anno sono arrivati 145.381 migranti, il 5,62 per cento in più rispetto al 2015.

Questa “fase due” di cui parla Obama, cioè sostegno sul piano diplomatico ed economico al governo di Sarraj, per l’Italia è già iniziata da un pezzo.  Anche sul piano militare, l’Italia sta già dando molto. Non solo i 300 soldati che hanno permesso la realizzazione dell’ospedale a Misurata, o la base di Sigonella che secondo fonti americane «è già utilizzata a pieno», ma anche la consolidata presenza della nostra intelligence sul terreno. Del resto non è colpa dell’Italia se gli insediamenti dell’Isis a Sirte hanno di fatto piazzato un’importante cellula di terroristi islamici a tre bracciate dalla Sicilia. Da parte sua, il presidente Obama ha confermato la volontà di mettere i mezzi della Nato a disposizione dell’operazione Sophia, per contribuire ai soccorsi in mare dei migranti, ma solo dopo che le potenze europee si attiveranno per coordinare le risorse necessarie all’Alleanza. Poi serviranno aiuti economici, tanto per cambiare, per dimostrare ai cittadini libici la convenienza di appoggiare il nuovo governo, e convincerli non lasciare la Libia. L’Italia, in pratica, 5 anni dopo Gheddafi, ci sta ancora rimettendo.