La storica visita di Shinzo Abe a Pearl Harbor che non piace al Giappone

di Daniele Dell'Orco
27 Dicembre 2016

A 75 anni dall’attacco giapponese che spinse gli Stati Uniti nella Seconda Guerra mondiale, il primo ministro del Giappone Shinzo Abe visiterà per la prima volta il porto hawaiano di Pearl Harbor. Una cortesia scambiata con il presidente uscente Barack Obama che lo scorso 27 maggio si era recato a Hiroshima. Altra occasione, dunque, per pronunciare parole sulla gravità degli atti di guerra (quello giapponese provocò 2500 morti su suolo americano, tragedia paragonabile solo all’11 settembre) ma verosimilmente mai delle scuse (gli Stati Uniti non si sono mai “pentiti” pubblicamente per l’impiego delle armi atomiche che spazzarono via dalle 100 alle 200mila vittime civili).

Anzi, il paradosso dell’equilibrio geopolitico nel Pacifico lo si potrebbe raggiungere con l’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca. Mentre Abe e Obama giocano a legarsi il mignolino in realtà i nazionalismi e i movimenti protezionisti dei due giganti non sono mai stati così in crescita dalla fine della guerra. Se è vero infatti che i giapponesi hanno voglia di chiudere con il passato, è altresì vero che sta crescendo tra l’opinione pubblica – ma anche tra le frange più estreme del governo Abe – un movimento revisionista che vuole rivedere la storia del coinvolgimento giapponese nella Seconda Guerra Mondiale. Un movimento informale che non riconosce tutte le colpe assegnate al Giappone dalla storiografia ufficiale e che vuole ritrovare l’orgoglio per il passato imperiale del paese. Lo stesso Abe aveva mostrato, in passato, simpatie verso una lettura più clemente della storia giapponese ma poi scelse la via del pragmatismo.

In America invece, Trump è riuscito a vincere le elezioni anche grazie ai toni “isolazionisti” della sua campagna elettorale, durante la quale ha sbandierato la necessità da parte degli Usa di tornare a pensare prima a se stessi e poi a tenere sotto controllo il mondo intero. Una politica che, se dovesse essere confermata dalla prova dei fatti, potrebbe avere ricadute anche sugli equilibri del Giappone post-bellico.

La costituzione giapponese, infatti, entrata in vigore dopo la Seconda Guerra Mondiale, vieta l’utilizzo dell’esercito in azioni di guerra all’estero. L’unico compito delle forze armate nipponiche è quello di garantire l’autodifesa da attacchi esterni. L’articolo 9 della Carta nipponica, di fatto, segna la rinuncia al diritto alla guerra da parte del paese del Sol Levante. Soltanto nel 2015 il parlamento giapponese ha autorizzato l’impiego delle “forze di autodifesa” in missioni di pace all’estero.

Durante la campagna elettorale Trump ha più volte sottolineato la sua frustrazione per un “trattato ineguale” (il “Treaty of Mutual Cooperation and Security” del 1960) che obbliga gli Stati Uniti ad intervenire per difendere il Giappone in caso di attacco. Il Giappone, al contrario, non potrebbe fare lo stesso a causa del divieto costituzionale. “Potrebbe essere necessario – ha dichiarato Trump – che gli Stati Uniti abbandonino il trattato”.

Abe potrebbe allora approfittarne e convincere i giapponesi che è davvero arrivato il momento di mettere mano all’articolo 9, di organizzare un esercito che possa essere utilizzato ovunque nel mondo e che la minaccia nord-coreana e soprattutto l’espansione economica cinese chiedono di essere affrontate in maniera completamente nuova. Alle Hawaii ci si scambiano i convenevoli, ma l’Asia potrebbe presto riavere il suo gigante.