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La scacchiera politica mediorientale in un microcosmo siriano

Fabio S. P. Iacono di Fabio S. P. Iacono, in Esteri, del

La piccola grande Siria è attualmente un microcosmo mondiale che confuta quotidianamente il riapparire ad intermittenza di teorie accademiche, obsolete, intorno alla “fine della storia”, o peggio ancora sull’anacronismo delle identità politico-culturali nazionali e continentali. A nord est della Siria, al confine con la Turchia, si trova la zona di Qamishli, la capitale di fatto del Rojava, la regione curda siriana che rivendica l’indipendenza. È un’area di antico cristianesimo e di insediamenti cristiani più recenti, crocevia per migliaia di armeni sfuggiti al genocidio tra il 1915 e il 1916 che qui trovarono rifugio. Da qui passò la carovana di migliaia di disperati mandati a morire dai turchi nel deserto a Deir-el-Zor. Non lontano trovarono casa i caldei nel 1933, fuggiti dall’Iraq appena divenuto indipendente, massacrati perché pretendevano l’autonomia. Oggi la diaspora continua.

Dall’inizio della guerra il 60% dei cristiani sono andati via perseguitati dalle milizie islamiste arruolate dall’Isis. La zona è strategica: a meno di un chilometro ci sono i turchi, a 120 chilometri abbiamo il Kurdistan iracheno che sollecita un Kurdistan siriano. Raqqa, l’ex capitale dell’Isis, è a soli 200 chilometri. La situazione è di grave incertezza. La città è divisa, si passa da un quartiere all’altro e cambia tutto, dalle targhe delle automobili, alla composizione degli abitanti, curdi da una parte, arabi sunniti dall’altra, e l’esercito siriano da un’altra parte ancora. Qamishli è stata risparmiata dai bombardamenti, ma ci sono stati tanti attentati. Il più grave tre anni fa, il giorno di Capodanno, in un ristorante frequentato da cristiani: venti ragazzi morti. Poi sono iniziate le tensioni tra i curdi e l’esercito siriano. La guerra in Siria non è più contro o per Assad. Ora è una guerra internazionale. È la terza guerra mondiale ma a pezzi, uno dei pezzi più devastati è la Siria, la gente perde la vita, perde il lavoro, perde il futuro.

Da anni ogni giorno c’è la guerra senza soluzione tra russi e americani, tra iraniani e sunniti, tra sciiti e sunniti, la gente è stanca, fa fatica a cercare il pane quotidiano, fa fatica a sopravvivere alla guerra, alle preoccupazioni ed a ulteriori divisioni. I cristiani sono stati sempre un ponte in questo mosaico, non sono mai stati di ostacolo alle altre comunità, non sono mai stati una presenza minacciosa, anzi, sono stati importanti sul piano culturale ed economico. Non c’era area industriale della Siria in cui non si trovavano imprese di armeni che avevano creato lavoro per tutti. Tanti giovani che ancora sono nell’esercito siriano, sono rimasti in tutti questi anni a fare il servizio militare per difendere le chiese e le scuole. Gruppi di giovani che a turno hanno fatto la guardia alle famiglie, alle case. A Kamishli le famiglie che sono partite hanno lasciato le case in custodia alle chiese. È nato un comitato di sorveglianza, un corpo di laici appartenenti a tutte le chiese, cui le famiglie in partenza consegnano le chiavi perché le case non vengano saccheggiate, ma alcune purtroppo sono state occupate. Nella zona assira del Grande Khabur, a nord di Hasakah, tutte le chiese e molte case sono state danneggiate e saccheggiate. Le carovane con i deportati partirono dal sud della Turchia passando l’Eufrate per arrivare nel deserto siriano.

È a Deir-el-Zor che è avvenuto il massacro, la maggioranza delle famiglie armene della zona è composta dai discendenti di chi è scampato al genocidio. Dopo cento anni si trovano a fare i conti con una nuova deportazione: lasciare tutto, la casa, le tradizioni, la lingua, partire un’altra volta. Quello di oggi non è un genocidio di sangue, ma è egualmente un genocidio, anche se “bianco”, nel senso che la cristianità si sta perdendo. Recentemente c’è stato il riconoscimento da parte della Chiesa cattolica delle sofferenze del popolo armeno per la sua testimonianza della fede. Ad aprile il Papa ha voluto nei Giardini Vaticani la statua dell’eroe della cultura armena, San Gregorio di Narek, ponte tra Oriente e Occidente e simbolo dell’ecumenismo. È stato un evento molto significativo alla presenza dei rappresentanti delle chiese armene di tutto il mondo, del Catholicòs, e del Patriarca. È stato un momento di fraternità, di scambio di parole. Il ruolo del Vaticano è promuovere la pace, anche per mezzo di Assad un principe autoritario ma evidentemente necessario.

Fabio S. P. Iacono

Fabio S. P. Iacono

Giornalista e scrittore di origini bizantine, franche e normanne. Ha pubblicato le seguenti opere: "Il sole dietro il sipario" (Sovigliana Vinci 1990), in seguito non riconosciuta; "Nostalgia iperborea" (Melegnano 1999); "Antologia uranica" (Modica 2003); "L'occhio siderale 2003-2004" (Modica 2005); "L'occhio siderale 2005-2008" (Modica 2009); "L'Occidente tra dissoluzione e disgregazione. Quale ricomposizione etica, politica ed economica?" (Accademia Nazionale della Politica Ragusa 2012); "L'occhio siderale 2009-2014" (Fondazione Grimaldi Modica 2014); "Il cigno reale" (Sulmona 2017).

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