La leggenda del guerrafondaio Putin: con Erdogan vince la diplomazia

di Daniele Dell'Orco
20 Dicembre 2016

Era al Cremlino Vladimir Putin quando lo hanno informato dell’attacco, un «atto terroristico» come aveva subito chiarito la responsabile per l’informazione del ministero degli Esteri, Maria Zacharova, che ha colpito l’ambasciatore russo Andrej Ghennadevich Karlov all’inaugurazione della mostra fotografica “La Russia vista con gli occhi dei turchi”. Il presidente ha interrotto l’incontro con i rappresentanti della comunità imprenditoriale per convocare il ministro degli Esteri Serghej Lavrov e i responsabili dei servizi di sicurezza. E per parlare al telefono con Recep Tayyip Erdogan: l’uccisione di Karlov, ha poi detto Putin, «è stata indubbiamente una provocazione, indirizzata a minare la normalizzazione dei legami tra Mosca ed Ankara e a far fallire i tentativi di raggiungere un’intesa per la pace in Siria. La risposta può essere soltanto una: rafforzare la lotta al terrorismo. I banditi se ne accorgeranno».

Mentre Putin parlava il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, arrivava a Mosca dove oggi è in programma un vertice sulla Siria tra i ministri di Esteri e Difesa di Russia, Turchia e Iran, incontro confermato. E ora Ankara – che ha schierato le forze speciali attorno all’ambasciata russa – si augura che la vendetta dell’assassinio per la partecipazione di Mosca alla guerra in Siria non riapra la crisi esplosa nel novembre 2015, dopo l’abbattimento di un jet russo da parte delle forze aeree turche. Il ministero degli Esteri di Ankara ha dichiarato di augurarsi che «il vile attacco terroristico» non influenzi l’amicizia ritrovata tra i due Paesi. In quel caso, le scuse di Erdogan fatte a Putin avevano dato inizio al disgelo fra Ankara e Mosca. Durante l’ultima visita del presidente russo in Turchia, i due leader hanno formato un asse che, probabilmente, segnerà una svolta nella geopolitica.

È proprio il fronte comune tra la strana coppia a preoccupare l’Isis, che con una mossa eclatante prova dunque ad alleggerire la pressione sulla Siria e a sperare che l’intesa si incrini. Come scrive Gian Micalessin su Il Giornale:

In meno di sei mesi Erdogan si ritrova alle corde e il risultato lo sintetizza, tre giorni fa, lo sfortunato ambasciatore Karlov. «Negli ultimi tre mesi il presidente Putin e Erdogan si sono incontrati per tre volte e hanno avuto 11 colloqui telefonici. Il presidente Putin non ha parlato con nessun altro leader così spesso come con Erdogan». Quell’ultima dichiarazione acquista ora la forza di una lucida profezia. Dietro quei tre incontri e quelle 11 telefonate si nascondono i complessi accordi raggiunti da Ankara e Mosca sulla questione siriana. Accordi che spingono Erdogan ad abbandonare al proprio destino i ribelli jihadisti trincerati ad Aleppo Est per sottoscrivere il progetto di «pax siriana» sottopostogli da Zar Putin. Grazie a quel progetto l’esercito turco ottiene il permesso di entrare nei territori settentrionali della Siria e contenere, con il pieno consenso non solo di Putin, ma anche del presidente siriano Bashar Assad, l’avanzata delle milizie curde. Le stesse milizie curde su cui gli Stati Uniti di Obama contavano per combattere lo Stato Islamico e arrivare a Raqqa prima di russi e siriani.

Solo mettendo di nuovo attori globali e regionali di questo conflitto gli uni contro gli altri l’Isis può avere la speranza di continuare la sua recente controffensiva a Mosul, e di riprendere le forze. Perché è l’Antistato uno Stato Islamico 2.0 – e se gli Stati tradizionali ricominciano a parlarsi e a mettere un po’ d’ordine, l’Isis rischia di afflosciarsi. L’Isis del resto è tutt’altro che battuto: riconquistata Palmira, ieri l’agenzia dell’Isis Amaq ha rivendicato l’abbattimento di un elicottero da guerra russo presso Homs. E sempre ieri ha lanciato una controffensiva contro le milizie sciite irachene (al Hashd as-Sh’ab, cioè «mobilitazione popolare» in arabo, le più efficaci nella lotta all’Isis) ad ovest di Mosul.