Fascista, Comunista o Nazi-Mao? La tragicomica ideologia di Kim Jong-Un

di Daniele Dell'Orco
26 Dicembre 2016

Un bimbominkia con la Bomba H. L’immagine che i media occidentali diffondono di Kim Jong-Un è sempre al confine tra il comico e il drammaticamente assurdo. Alzi la mano chi non ha pensato al leggendario “Smithers libera i cani” dei Simpson nel momento in cui ha appreso, nel 2013, che il più giovane leader politico del mondo avesse fatto giustiziare lo zio Chang Sung-taek dandolo in pasto a 120 segugi affamati (ah, e il senatore Razzi, a suo dire massimo esperto di “cose di Corea”, che dichiara in tv “tutte balle, in Corea del Nord non ho mai visto un cane” di certo non ha aiutato). L’unica agenzia di stampa coreana ha annunciato il provvedimento giustificandolo con un presunto colpo di stato tramato da zio Chang. Furono i media sudcoreani, gli unici ad estrapolare informazioni “ufficiose” su quanto accade in uno degli stati più inaccessibili al mondo (e con cui sono ancora formalmente in guerra), ad annunciare un movente diverso: “Durante un comizio del leader, Chang Sung-taek non avrebbe applaudito con sufficiente entusiasmo”. Esilarante.

E che dire del povero ex ministro della Difesa, Hyon Yong-chol, giustiziato a cannonate dalla contraerea dopo essersi addormentato durante una riunione. Fin troppo facile il rimando alla “donna cannone” degregoriana per poter pensare di prendere sul serio una simile immagine.
Insomma, stando al racconto della stampa occidentale Kim sarebbe l’equivalente di Justin Bieber con svastica e baffetto. Al ritratto già di per sé parecchio istrionico bisognerebbe poi aggiungere nell’ordine:
– quella volta in cui Kim mise al bando le merendine di cioccolato perché le producevano in Corea del Sud;
– quella volta in cui disse di voler creare il cancro con un farmaco al ginseng;
– quella volta in cui l’agenzia di stampa di regime comunicò che per il quinto anno consecutivo il dittatore era stato eletto uomo più elegante della Nord Corea (era salito al potere da 5 anni);
– quella volta in cui mise al bando barbe e baffi, con buona pace degli hipster di tutto il mondo;
– quella volta in cui costrinse tutti i coreani a pettinarsi come lui, con tanto di misura massima consentita per il ciuffo: 5cm;
Si aggiunga anche il suo viso paffuto e il sorrisino ridicolo, come potrebbe mai passare il messaggio del dittatore minaccia globale? Eppure, mentre tutto l’Occidente lo deride, lui scatena terremoti frutto di test nucleari.

Essendo ormai passata l’immagine del Majin Bu innocuo, non è nemmeno mai venuto in mente a nessuno di riflettere su un particolare: ma l’ideologia di Kim Jong-Un, qual è?
Formalmente la Repubblica popolare democratica di Corea dovrebbe essere l’ultimo avamposto del comunismo mondiale, espressione diretta di quella visione che il “Grande Leader” Kim Il-sung importò dalla Russia Sovietica durante il suo esilio nel periodo della dominazione giapponese che durò dal 1910 al 1945. Kim Il-sung era rimasto affascinato dallo stalinismo, molto meno da Stalin in prima persona e dalla classe politica di cui si era circondato. La stessa classe politica che plasmò gli altri coreani che, addestrati direttamente dall’Armata Rossa, avrebbero dovuto prendere insieme a lui il controllo della Corea del Nord al termine della guerra di liberazione. Dietro l’aiuto dei sovietici sospettava che il Cremlino volesse rendere la sua Corea uno stato “satellite”. A ragione. L’ultima cosa che desiderava, però, era dover dipendere dalle paranoie di Stalin, iniziò dunque, subito dopo la presa del potere, a liberarsi di tutti gli ex commilitoni filo-sovietici, sostituendoli di fatto con burocrati e uomini di stato collusi con l’occupante giapponese, quindi tutt’altro che marxisti.

Durante un’intera generazione di dominio nipponico, i civili coreani erano stati cresciuti col mito del militarismo e della cultura della superiorità della razza giapponese. Concetto che, imbottito di politici che avevano ormai interiorizzato i concetti alla lettera, il “Grande Leader” pensò bene di ribaltare, sostituendo al culto per l’imperatore Hirohito, quello per la sua stessa persona. Come diretta conseguenza, alla convinzione della razza giapponese come quella eletta per la guida della Grande Asia Unita, Kim Il-sung fece passare il messaggio del popolo superiore, quello di Pyongyang, fortemente anti-nipponico e anti-americano.
Da allora, quella che vige in Corea del Nord, è una vera e propria monarchia ereditaria improntata su un assolutismo degno del Re Sole. Dietro le bandiere rosse, il culto della personalità, l’economia pianificata e la dottrina, che in tutto e per tutto riecheggiavano lo stalinismo, si sarebbe instaurata un’ideologia che pone le sue radici in quella tipica dei regimi di stampo fascista. È uno dei temi del saggio-studio del professor Brian Reynolds Myers dell’Università Donseo di Pusan (Corea del Sud), intitolato The Cleanest Race (La razza purissima).

Myers ha analizzato come le dichiarazioni ufficiali del regime e i servizi della televisione statale utilizzino termini dispregiativi nei confronti degli stranieri, compresi gli “amici” socialisti cubani e cinesi.
Già con la proclamazione nel 1955 della Juche, ideologia di Stato che inglobava elementi di socialismo tipici delle democrazie popolari, ma li collocava in un ambito ultranazionalista, venne introdotto il concetto del leader come semidio (con tanto di calendario decorrente dalla nascita di Kim Il-sung, il 15 aprile 1912). La Juche è un amalgama di neo-confucianesimo e di stalinismo, che mira a creare una società comunista e priva di classi sociali, permeata però dal culto dell’autorità e degli antenati. Un’ideologia così potente da rimpiazzare tanto le religioni tradizionali quanto l’ideologia marxista, con la fedeltà verso il Partito dei Lavoratori di Corea seconda solo a quella verso Kim Il-sung e poi di suo figlio, il “Caro Leader” Kim Jong-il, papà del pittoresco Kim Jong-Un. Quest’ultimo, in preda alla schizofrenia, si è persino fatto immortalare mentre fingeva di studiare un piano di guerra contro gli Usa, salvo poi mostrarsi come grande fan del basket Nba (è amico di Rodman e conserva con estrema cura una collezione di scarpe Nike), passione maturata durante il suo periodo di studi in Svizzera.

Detto ciò, come se non bastasse la confusione ideologica, il buon Kim ha scelto, oltre che di epurare i dissidenti e provare a tenere a bada il potentissimo apparato militare su cui il giovane rampollo dei Kim non riesce ancora ad avere autorità, anche di intraprendere una fase di “riforme liberali”. Dopo che nel 2009 suo papà decise di rimuovere dalla Costutizione il termine “comunista” e tutti i riferimenti a Marx nei discorsi ufficiali, Kim ha pure indetto “libere” elezioni nel 2014. Peccato che fosse l’unico candidato.