Disinformazione all’italiana: chi dice che la Brexit può saltare mente

di Daniele Dell'Orco
4 Novembre 2016

Sono stati diversi i titoloni da prima pagina che su diversi quotidiani nostrani hanno gridato al “freno alla Brexit”, a causa della sentenza dell’Alta Corte di Giustizia del Regno Unito che ha stabilito che, in base alla costituzione britannica, il governo non potrà appellarsi all’articolo 50 del Trattato di Lisbona – operazione che darebbe inizio all’uscita dall’UE, come previsto dal referendum su Brexit – senza prima passare da un voto del parlamento che confermi o meno il voto espresso dai cittadini con il referendum, che tecnicamente aveva solo valore consultivo.

Il governo, in sostanza, secondo i tre giudici dell’Alta Corte di giustizia non può avviare autonomamente i negoziati per uscire dall’Europa, poiché si tratta di un processo che potrebbe cambiare anche diverse leggi interne al Regno Unito, e per questo deve essere approvata dal parlamento. Il governo britannico ha annunciato che intende fare ricorso alla Corte Suprema britannica, il tribunale di ultima istanza per la maggior parte dei casi giudiziari nel Regno Unito.

Ora il primo ministro Theresa May può o sperare di vincere l’appello alla Corte Suprema, e cioè convincerla del fatto che un voto in parlamento sull’attivazione dell’articolo 50 non è necessario (il ricorso dovrebbe essere esaminato a dicembre), o approvare l’attivazione dell’articolo 50 in parlamento, rischiando lo scontro interno nella maggioranza conservatrice, o di indire nuove elezioni e ottenere una maggioranza più larga – al momento è di soli 15 deputati – e in qualche modo “legittimare” il proprio approccio a Brexit.

“Il calendario della Brexit resta invariato”,ha detto oggi Theresa May, parlando in due colloqui separati con il cancelliere tedesco Angela Merkel e con il presidente della Commissione europea, Jean Claude Junckerm confermando appunto che il percorso non camba.

“Il calendario del governo per notificare l’articolo 50 resta invariato”, ha detto il premier, confermando di fatto marzo come la data per l’avvio del processo, come già aveva sostenuto a ottobre, a chi le chiedeva delucidazioni su quale sarebbe stata la tabella di marcia. Nessun parlamentare britannico si sognerebbe infatti di ignorare il risultato del referendum. Ed è improbabile che la sentenza dell’Alta Corte possa avere effetti rilevanti a lungo termine o che non possa essere ribaltata o dalla Corte Suprema o da un tribunale europeo. L’unica cosa che può accadere è che l’obbligo per la May di dover riferire in parlamento i termini dei negoziati, potrebbe ritardare i programmi del governo, e quindi in pratica far saltare quell’invocazione dell’articolo 50 entro marzo 2017 di cui la May è tanto certa, e per il partito di governo sarebbe una brutta batosta.

Potrebbero allora cambiare le condizioni di un’uscita “hard” o “soft”, cioè i parlamentari favorevoli a una “soft” Brexit potrebbero mettere insieme una maggioranza e costringere il governo a scendere a compromessi e accettare alcuni punti fermi, fra cui la permanenza nel mercato unico economico. Per il momento sono tutte ipotesi però. Nel Regno Unito, la possibilità che l’esito di un referendum possa essere stravolto dal politichese è pari a zero. In Italia invece è già successo. E si sa, chi ladro fa ladro pensa.