Brexit, l’emendamento che protegge i cittadini Ue approvato dai Lord

di Pierfrancesco Malu
3 Marzo 2017

Anche se ormai di moda nell’epoca della politica populista che fa della lotta all’immigrazione un proprio cavallo di battaglia, vuoi nella versione nostrana di Salvini o in quella trumpista (già bocciata però da sentenze giudiziarie cui nemmeno il Presidente degli Stati Uniti può opporsi), esiste anche in Gran Bretagna un pur flebile segnale di dibattito e opposizione a quelli che sembrano essere sempre più spesso segnali di scarsa coerenza civile prima ancora che politica da parte, soprattutto, del Partito conservatore che ormai cavalca la Brexit ben più dello stesso UKIP che ne è stato sostanzialmente il principale alfiere.

È notizia recente, infatti, che la Camera dei Lord ha approvato un emendamento (358 voti a 256) al testo di legge sulla Brexit, giuntogli senza modifiche dalla Camera dei Comuni, per concedere ai circa tre milioni di cittadini europei che risiedono in Gran Bretagna (compresi circa mezzo milione di italiani) il diritto incondizionato di rimanere a tempo indeterminato in quel Paese anche dopo che il processo di distacco del Regno dall’Ue sarà ultimato. Non un gesto scontato o da sottovalutare, nonostante le rassicurazioni (a parole) del Primo Ministro May che sembrano però essere soprattutto di facciata e, in ogni caso, legate ad un trattamento simile per i cittadini britannici residenti nei territori dell’Unione. L’approvazione di questo emendamento, almeno per ora, è poco più di un atto simbolico da parte dei Lord, dal momento che la palla torna ora ai Comuni che detengono comunque l’ultima parola. Certo è, però, che se questo atto portasse anche ad un dibattito o ad un voto simile anche nella Camera bassa, ciò rappresenterebbe una crepa non da poco nel castello politico creato dalla May e dal suo partito a proposito di una trattativa in cui il Regno Unito vorrebbe fare la voce grossa in riposta al “conto salato” che Juncker gli vorrebbe far pagare come dazio per la “secessione”.

Il Governo britannico in questa vicenda ha sposato la linea più radicale riguardo la Brexit nella scelta di ottenere i più ampi dividendi soprattutto in termini di politica interna e non solo. Scelta legittima, beninteso, ma che mal si coniuga con una storia che negli ultimi decenni ha testimoniato in maniera del tutto differente. Appare, infatti, in buona parte incoerente e pretestuoso, oltre che figlio di una politica fatta di ben scarso buon senso, mantenere un atteggiamento così rigido nei confronti di quei cittadini (europei) che da anni lavorano onestamente non solo in ristoranti, bar e pizzerie (come se questi possano essere sacrificabili) ma anche in qualificate strutture pubbliche come ospedali e università. Questa posizione non compete alla Gran Bretagna e men che meno fa parte della cultura alla base della sua Capitale, Londra, che fino ad un anno fa era la città più cosmopolita e multietnica d’Europa, fatto testimoniato anche dalla recente elezione di un Sindaco non proprio british.

Il Partito conservatore sta cercando in ogni modo di arginare, appropriandosene e sfruttandola a proprio vantaggio, quella rivolta della destra conservatrice che è stata ben descritta nel libro di Matthew Goodwin “Revolt on the right: Explaining the support for the radical right in Britain” (Routledge, 2013) o dallo stesso Nigel Farage nel suo “The purple revolution” (Biteback, 2015). In questo modo, il partito di Theresa May cerca di farsi portavoce dei sentimenti della destra conservatrice britannica dando loro una veste sistemica e istituzionalizzata, prima che questi finiscano nella rete dei movimenti più radicali. Questa non è una tattica insolita per i Conservatori, tanto è vero che molto spesso nella storia politica del Regno Unito a periodi espansivi del tories sono corrisposti periodi di grande restringimento della platea al seguito dei movimenti radicali. In questo momento, però, la questione appare differente. I Conservatori con questo atteggiamento così rude (pur per certi aspetti solo di facciata e volto ad ottenere delle condizioni favorevoli o non troppo gravose per il leave) sembrano quasi sconfessare la loro pur diffidente tradizionale natura nei confronti dell’Europa, andando a rincorrere politiche e posizioni radicali che, francamente, non appartengono alla storia di questo partito.

Nonostante, quindi, la linea sembri tracciata, ancora molti, e tutt’altro che agevoli passaggi sono da percorrere. Stando al crono programma dettato da Downing Street, entro metà marzo, il Governo britannico intende vietare la libera immigrazione dei cittadini europei nel Regno Unito con modalità al momento tutte da verificare e ancora piuttosto confuse. Come conseguenza di quella che potrebbe essere una hard Brexit, il Governo autonomo della Scozia di Nicola Sturgeon potrebbe rispondere con la proposta di un nuovo referendum per secessione scozzese dal Regno Unito. Notizia quantomeno preoccupante per la politica e l’economia britannica e già mal recepita dai mercati ma, come verrebbe da dire in casi simili, chi la fa l’aspetti.