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Il boom di evasori in Germania lo dimostra: il reddito di cittadinanza non fa per noi

Daniele Dell'Orco di Daniele Dell'Orco, in Economia, del

L’Institut der deutschen Wirtschaft (l’istituto per l’Economia tedesca) di Colonia ha reso noti i dati del 2017 dai quali risulterebbero essere dai 9 agli 11 milioni i tedeschi che lavorano occasionalmente in nero e 2 milioni e mezzo esclusivamente in nero, in molti casi per non perdere sussidi e aiuti destinati ai disoccupati. Il danno per l’erario è di 65 miliardi di euro, a fronte dei 351 miliardi non dichiarati. L’ammontare dell’evasione in Italia sarebbe dai 240 ai 333 miliardi di euro. Chiaramente sono numeri che vanno considerati in rapporto al Pil, per cui se le stime ci attribuissero un’economia sommersa con il valore massimo di 333 miliardi di euro, il rapporto sarebbe il 21% sul Pil, mentre per la Germania i 351 miliardi sono solo il 13% sul loro Pil.

Ma il tema resta controverso. Ad essere completamente fuori dalla regolamentazione professionale sono tedeschi impegnati nel settore dell’edilizia, ma anche artigiani, infermieri, aiutanti meccanico, parrucchieri part time e soprattutto collaboratori domestici. Per il giornale tedescoFrankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) sarebbe addirittura una quota tra il 75% e l’83% il totale delle famiglie che si avvalgono di lavoro domestico non regolarizzato, quota che rappresenta un 15-20% del totale del lavoro in nero.

Il tema dell’evasione fiscale acquisisce ancor più attualità se rapportato a due grandi temi a cui si legano le politiche sulle tasse sul lavoro: il cuneo fiscale e i sussidi. Le grandi battaglie della destra liberale sull’abbattimento delle tasse come forma di contrasto al lavoro nero assumono una certa consistenza per via del fatto che la pressione fiscale tedesca è se possibile ancor più spietata di quella italiana (49,4% contro 47,8%). A differenza dell’Italia, però, una sorta di reddito di cittadinanza, o di inclusione, o di solidarietà lo si chiami come si preferisce, in Germania esiste già. E quindi il retaggio di quella politica socialdemocratica inaugurata da Gerhard Schröder nel 1998 e attuata poi con la famosa Agenda 2010 ha garantito per quasi 20 anni sussidi aggiuntivi rispetto a quelli di disoccupazione. Il sussidio sociale in particolare (Hartz IV, dal nome di Peter Hartz, imprenditore tedesco e consigliere del Cancelliere Schröder) permette a chi ha perso il lavoro di poter avere un sussidio economico (che, attenzione, non è il sussidio di disoccupazione, Arbetislosengeld I) a patto di soddisfare alcuni requisiti tra cui: dimostrare di cercare attivamente un lavoro o di avere un lavoro con un salario molto basso, dichiarare tutto ciò che si possiede (casa, auto ecc.), accettare percorsi di formazione professionali, non avere sul conto corrente più di 2000 euro e infine, avere tra i 15 e i 65 anni.

Se si soddisfano questi (e altri) requisiti si può fare domanda al Jobcenter (in parte assimilabile ai nostri Centri per l’impiego) che in Germania sono un’istituzione diversa dall’Ufficio federale per il lavoro (Bundesagentur für Arbeit) che si occupa, in particolare, del sussidio di disoccupazione. All’interno di questi, per poter funzionare come un orologio, lavorano 100mila persone, contro le 7mila impiegate in quelli italiani. Il sussidio sociale (Harzt IV), in Germania, viene percepito da sei milioni di persone e ammonta a circa 400 euro a cui si aggiungono 200-300 euro per ogni figlio e un ulteriore rimborso per l’affitto e il riscaldamento. Tali cifre variano a secondo della città e della composizione del nucleo famigliare.

Venendo al caso italiano, già aumentare del 10000% il numero di personale dei centri per l’impiego sarebbe di per sé un bel surplus di occupati. Il tutto però a fronte di un cambio di rotta che come dimostra la Germania difficilmente si avrebbe dal punto di vista della lotta al lavoro nero. Come già ampiamente sostenuto da analisti ed economisti ben consapevoli dell’inclinazione naturale al sommerso da parte degli italiani. Una politica sociale come quella del reddito di cittadinanza può allora funzionare prevedendo una spesa pubblica abnorme ma a fronte di un Pil altrettanto abnorme. Con un fisiologico aumento del sommerso, invece, il Pil non solo non aumenta, ma addirittura ne risente. Il reddito di cittadinanza deve quindi essere considerata una spesa, non un investimento. Finanziare un sussidio in deficit sperando che possa produrre moltiplicatore e fare da volano per l’economia è quantomeno ottimistico. E il lavoro nero ringrazia.

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco è nato nel 1989. Laureato in di Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze dell'informazione, della comunicazione e dell'editoria nel medesimo ateneo. Dirige le testate online Cultora.it e Nazione Futura.it. È collaboratore del quotidiano Libero e del sito Sporteconomy.it, ed è stato editorialista de La Voce di Romagna. Nel 2013 ha pubblicato il libro “Nicola Bombacci. Tra Lenin e Mussolini” e l’ebook “Rita Levi Montalcini – La vita e le scoperte della più grande scienziata italiana” (entrambi editi da Historica), mentre nel 2017 sono usciti in libreria "Non chiamateli Kamikaze" (Giubilei Regnani Editore) e "Città del Messico" (Historica). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell'attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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