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Debito USA a $20.000 miliardi: +88% nell’era Obama, ma il mostro è Trump

Fabio S. P. Iacono di Fabio S. P. Iacono, in Economia, del

19.976 miliardi, dollari più dollari meno. Si tratta dell’ammontare del debito pubblico statunitense. Durante la doppia presidenza di Barack Obama (da gennaio 2009 a dicembre 2016), la crescita è stata di 9.370 miliardi, pari all’88% in 8 anni, ovvero al ritmo dell’8,2% all’anno, quasi 4 volte in più del Pil nominale. Sono numeri pesanti, che danno il senso delle reali condizioni dell’economia USA, cresciuta ai ritmi più bassi dal Secondo dopoguerra sotto l’ex presidente e a colpi di debito. In totale, il rapporto debito pubblico/Pil si sarebbe attestato, quindi, al 125%, praticamente di poco inferiore ai livelli dell’Italia (133%). Ciascuna delle 119 milioni di famiglie americane risulta così esposta per 78.554 dollari. E non è tutto.

Gli interessi medi pagati sul debito sono stati nell’anno fiscale scorso (1 ottobre 2015-30 settembre 2016) pari al 2,2%, ovvero un conto da 432,65 miliardi. Si tratta di una percentuale storicamente molto bassa, figlia delle politiche monetarie ultra-accomodanti della Federal Reserve, adottate dal 2008 in poi per contrastare la crisi finanziaria ed economia. Si pensi, ad esempio, che nell’ultimo anno della presidenza George W. Bush, gli interessi erano al 4,8% del debito e già allora vennero considerati relativamente bassi, tenendo conto dei numeri del passato. Cosa vogliamo dire? Se i tassi americani dovessero riportarsi ai livelli di 8 anni fa, quando non erano in sé nemmeno così alti, gli USA dovrebbero pagare, ai dati attuali sul debito, interessi per 956 miliardi di dollari, ovvero quasi +525 miliardi rispetto a quelli effettivamente sborsati in questa fase. Significherebbe trovare qualcosa come il 2,9% del Pil, quando il deficit federale era già al 3,2% nello scorso anno fiscale e dovrebbe restare sopra i 500 miliardi anche nel 2017. Donald Trump punta a tagliare le tasse e a incentivare la spesa per le infrastrutture tra i 500 e i 1.000 miliardi in 4 anni. Non essendo chiare le coperture finanziarie, supponiamo che almeno parte di queste misure saranno varate in deficit. Ma quanto saranno sostenibili nel pieno di un ciclo monetario restrittivo, che aumenteranno il costo di rifinanziamento di un debito quasi raddoppiato sotto l’ultima presidenza.

La Cina non è più primo creditore U.S.A. Lo hanno dimostrato gli ultimi dati del Tesoro USA, secondo i quali alla fine di ottobre, Pechino deteneva Treasuries per 1.120 miliardi di dollari, appena superata dai 1.130 miliardi del Giappone, il livello più basso degli ultimi otto anni. In un solo mese, i cinesi hanno dismesso titoli di stato a stelle e strisce per 41,3 miliardi, così come anche i giapponesi, ma solo per 4,5 miliardi. Come mai questa fuga dal debito americano e quali conseguenze potrebbe avere? La risalita dei rendimenti dei Treasuries, a seguito della stretta monetaria in corso, sta riducendone i prezzi, specie dei titoli a più lunga scadenza, un fatto che spinge i detentori del debito USA a vendere, implicando una svalutazione dei propri assets.

Compreso quello degli enti locali il deficit U.S.A. si attesta intorno ai 21.500 miliardi di dollari. Il solo debito federale ammonta a 18.400 miliardi e vale il 103% del Pil, al 120%, se includiamo quello degli stati e dei comuni. Di questo, circa 16.300 miliardi è in forma di Treasuries, i titoli di stato emessi dal Tesoro americano e detenuti per il 37% da investitori stranieri. Stando ai dati più recenti, quelli che si riferiscono al mese di luglio, notiamo che la Cina rimane il creditore più importante dell’America con 1.240,8 miliardi di dollari di Treasuries in pancia, il 7,6% del totale, oltre un quinto del debito sovrano USA detenuto dai creditori stranieri. Tuttavia, su base mensile si ha un calo di 30,4 miliardi. Segue a ruota il Giappone, che si piazza al secondo posto con 1.197,5 miliardi di dollari in Treasuries, mentre al terzo posto troviamo i Centri bancari delle isole caraibiche, che possiedono 324,5 miliardi.

A seguire, i paesi esportatori di petrolio con 298,3 miliardi, il Brasile con 256,7 e la Svizzera con 217,5 miliardi. Esce dalla top ten dei creditori il “Belgio”, che sappiamo essere una denominazione utilizzata per approssimare investimenti di altri paesi. Si sospetta che dietro a questa sigla si celano fondi cinesi, ma si potrebbe anche ipotizzare che essa stia per Unione Europea, considerando che la capitale belga è anche sede della Commissione europea. Quando la Fed alzerà i tassi, prima o dopo, questo immenso mercato da oltre 12.000 miliardi di dollari, al netto dei titoli detenuti dall’istituto stesso, subirà da un lato un calo dei prezzi, anche se la stretta monetaria è stata in parte scontata, ma dall’altro diventerà più appetibile per gli investitori stranieri, grazie alle attese di ulteriore rafforzamento del dollaro. Anche in quest’ultimo caso, però, il recente passato ci indica che quando la Fed inizia ad alzare i tassi, il dollaro potrebbe arretrare rispetto altre valute. Queste forze contrastanti, aumento dei rendimenti da un lato e crescita tendenziale della domanda straniera dall’altro, potrebbero annullarsi a vicenda, stabilizzando i rendimenti, specie sul tratto breve della curva, tenendo anche conto delle aspettative relativamente “fredde” sull’inflazione.

Il board dell’8 giugno si avvicina, il quarto dell’anno per la BCE. In audizione all’Europarlamento, il governatore Mario Draghi ha segnalato cautela sull’ipotesi di rivedere l’impostazione della politica monetaria, sostenendo che i tassi rimarranno bassi per un periodo ancora lungo e che l’economia nell’Eurozona continua ad avere bisogno degli stimoli. In contraddizione con le richieste del suo consigliere esecutivo, il francese Benoit Coeuré, che lo ha invitato a metà maggio a porre fine alla fase dell’accomodamento monetario. Nessuna novità dalla Bundesbank, che poche ore fa per bocca del suo governatore Jens Weidmann ha paragonato gli stimoli alla “caffeina” per sottolinearne la dipendenza che essi genererebbero nell’economia. Il dato sull’inflazione nell’area a maggio, pubblicati oggi dall’Eurostat, sono a favore di Draghi: crescita tendenziale dei prezzi scesa dall’1,9% all’1,4%. Ecco quindi la conferma che la ripresa dell’inflazione non sarebbe solida, ma legata ancora eccessivamente alle variazioni delle quotazioni del petrolio, allontanandosi, anziché tendendovi, dal target di quasi il 2% annuo.

Fabio S. P. Iacono

Fabio S. P. Iacono

Giornalista e scrittore di origini bizantine, franche e normanne. Ha pubblicato le seguenti opere: “Il sole dietro il sipario” (Sovigliana Vinci 1990), in seguito non riconosciuta; “Nostalgia iperborea” (Melegnano 1999); “Antologia uranica” (Modica 2003); “L’occhio siderale 2003-2004” (Modica 2005); “L’occhio siderale 2005-2008” (Modica 2009); “L’Occidente tra dissoluzione e disgregazione. Quale ricomposizione etica, politica ed economica?” (Accademia Nazionale della Politica Ragusa 2012); “L’occhio siderale 2009-2014” (Fondazione Grimaldi Modica 2014); “Il cigno reale” (Sulmona 2017).


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