In vita (e in morte) di Yukio Mishima: il Samurai che visse nell’era sbagliata

di Daniele Dell'Orco
14 Gennaio 2017

Sulle rive del Lago di Garda, a Gardone Riviera, sorge un patrimonio di tutti gli italiani che tutti gli italiani non conoscono: il Vittoriale di D’Annunzio. La prodigiosa tenuta con centinaia di migliaia di cimeli del Vate, ognuno con la sua storia, ognuno in grado di raccontare la storia d’Italia del primo Novecento, rappresentò l’esilio dorato del primo dissidente di Mussolini, che quel Vittoriale in pratica lo finanziò proprio grazie alla pensione d’oro concessa al Vate pur di toglierselo di torno. Durante una visita guidata, immersi tra le stramberie dei suoi bagni Novecenteschi e tra i suppellettili di ogni genere e provenienza, un’appassionata quanto giovane guida ebbe da sussurrare a dei visitatori dai facili commenti dissacranti: “D’Annunzio non si giudica, si prende atto”.

Un fulmine, un riconoscimento e una celebrazione di qualcuno, o qualcosa, che sfugge alla comprensione umana, specie se insensibile. “Pur con tutte le sue stranezze – intendeva dire la guida – D’Annunzio era D’Annunzio. Tu, quasi un secolo dopo, puoi solo fare pellegrinaggio qui per celebrarne l’imperitura grandezza”. La mente corse veloce decine di migliaia di chilometri più ad est, nel Giappone raso al suo in cui visse Yukio Mishima, al secolo Kimitake Hiraoka, l’ultimo dei samurai.

Il più grande (e facile) errore in cui si rischia di cadere mentre si cerca di comprendere una delle menti più eccelse del Novecento è quello di racchiudere il suo personaggio all’interno di etichette “occidentali”. Sebbene, specie nella seconda parte della sua vita, Mishima ebbe modo di girare il mondo, tra Brasile, Stati Uniti ed Europa (prima come corrispondente dell’Asahi Shinbun, poi come scrittore di fama mondiale) e di introdurre nel suo stile di vita quotidiano elementi occidentali (dal vestiario ai più superflui vizi), Mishima è incollocabile non solo in categorie tipiche di quella società inguaribile preda di un fallace complesso di superiorità, ma persino nelle categorie del Giappone dell’epoca.

Per approfondire: D. Dell’Orco, Non chiamateli kamikaze, Giubilei Regnani, pp. 430, euro 22

Nato a Tokyo il 14 gennaio del 1925, Mishima fu testimone dell’Olocausto nucleare, e il suo rimpianto fu quello di non essere caduto a Hiroshima o Nagasaki. Sotto quelle bombe, nel 1945, per Mishima perì l’intera tradizione giapponese. Il Giappone post-bellico è un paese che vive di compromessi, che accetta lo smembramento dell’esercito imposto dagli Stati Uniti, che accetta il ridimensionamento della figura dell’Imperatore come figura semi-divina, che accetta di sacrificare tutti i valori tipici della propria tradizione al cospetto del new way of life a stelle e strisce. Soprattutto, accetta di abbandonare la tradizione del seppuku, il suicidio rituale volontario.

Mishima il seppuku lo fece davvero, in diretta tv, il 25 novembre 1970, costringendo il Giappone delle grandi corporation a fronteggiare i propri scheletri nell’armadio. Per giustificare la sua stravaganza e il suo fanatismo, in Occidente (ma anche nel Giappone occidentalizzato dell’epoca) gli vennero attribuiti mille aspetti fuorvianti, o quantomeno limitati. L’invidia nei confronti del suo collega Kawabata, che venne insignito del Nobel per la Letteratura al posto suo, nel 1968, e che “iniziò” Mishima al grande pubblico letterario; l’acceso nazionalismo che lo rese icona dei movimenti di destra, anche se Mishima viveva il concetto di Giappone come entità sorvanazionale, metafisica, intrisa di buddhismo zen, militarismo e virtù samurai; il narcisismo, con picchi ridicolizzanti come quando fondò e iniziò a girare con un esercito personale (armato solo di katane) di studenti universitari, il Tate-no kai; il complesso d’inferiorità che lo spinse ad avvicinarsi alle arti marziali giapponesi (il kendo e il ju-jitsu) prima e al body building poi, per sopperire alla sua costituzione mingherlina; infine, l’orientamento sessuale. Nelle traduzioni italiane dei suoi libri, Confessioni di una maschera fra tutti, si descrive Mishima come il più tipico omosessuale represso pre-outing, dagli impulsi infantili deviati al rapporto androgino con la moglie (dalla quale ebbe due figli). Mishima, è innegabile, una concezione “altra” della sessualità l’aveva. Nel suo commento all’Hagakure di Tsunetomo (un vero samurai che scrisse il testo a inizi dell’800), Mishima spiega perfettamente la sua visione apollinea del corpo maschile, e quella dionisiaca della sessualità samurai che si rifà direttamente a quella degli antichi greci.

Ma per capire Mishima serve sensibilità. Serve il totale abbandono del proprio concetto etnocentrico di possedere il primato della cultura. Serve il superamento della propria religiosità cristiana, dacché anche chi non crede in Dio concepisce ancora il suicidio volontario e sacrificale come sintomo di qualche patologia neurologica. Col suo tentativo di far rinsavire il popolo giapponese, al cospetto di quanti avrebbero dovuto rappresentarne un’élite, ossia l’esercito, figli ideali di quei guerrieri del Vento Divino che terrorizzarono lo Zio Sam, Mishima volle proprio condannare il mondo moderno, tipicamente pregiudiziale e tendente ad imbrigliare l’animo umano azzerandone le credenze. I militari lo definirono “folle” e lui, sconfitto, per salvare il suo onore praticò il seppuku assistito dal suo primo discepolo del Tate-no kai, Morita, fedele al suo credo: quello di essere un ronin, un samurai senza padrone, o peggio ancora, un samurai senza epoca.