Il rilancio del Paese parta dalla cultura in tv

di Pierfrancesco Malu
13 Gennaio 2018

Partiamo dai fatti: nei due appuntamenti in prima serata di Meraviglie- la penisola dei tesori del figlio d’arte che ormai da tempo ha spiccato il volo Alberto Angela, oltre undici milioni di spettatori (divisi nelle due serate) hanno guardato, goduto, amato e commentato la trasmissione del prime time di RAI Uno. L’ennesima dimostrazione che “mamma RAI”, quando c’è da rilanciare la cultura con programmi di grande valore e contenuto, sa ancora fare il proprio lavoro e lascia le briciole alla tv generalista e facilona, così come nei giorni scorsi ha dimostrato anche con il programma di Roberto Bolle, anch’esso trasmesso in prima serata sulla rete ammiraglia.

Al di là dei record dei share infranti, del gradimento della critica e, ancora di più, del pubblico il successo di questi programmi lancia sostanzialmente un messaggio a tutto il Paese: in Italia la cultura c’è ancora cultura e c’è tanto desiderio di poterla assaporare il più possibile nelle sue varie forme.

Tutto ciò in buona parte stride con la deriva socio-culturale che il target della televisione (soprattutto commerciale) sembra mostrarci quotidianamente. Ci siamo, infatti, fin troppo abituati a programmi di intrattenimento che definirlo leggero sarebbe un complimento: partendo dall’ennesima edizione trash del Grande Fratello, passando per ogni santo pomeriggio trascorso in compagnia di Barbara D’Urso, per non parlare poi della sua “replica” domenicale, o del populismo all’ennesima potenza di Quarta Colonna, senza dimenticare l’intramontabile “Uomini e donne” e via discorrendo visto che, ahinoi, la lista sarebbe ancora lunga. Beninteso che qui non vi è alcun fine di demonizzare oltremodo questi programmi, la cui funzione viene da essi assolta fin troppo bene.

Tuttavia, questa serie di programmi dai contenuti oggettivamente poco edificanti, ma che in qualche maniera continuano a fare ascolti ed essere piuttosto popolari, ha contribuito alla realizzazione di un doppio fenomeno. Da una parte c’è stata, infatti, la creazione di una rilevante forma di cultura (con la c minuscola) televisiva e non solo che ha elevato la gazzarra e il battibecco vuoto e inconcludente, a suo modo, ad una forma d’arte; dall’altra si è verificata la plasmazione (perchè molti di noi hanno, per così dire, fatto la scuola e tratto insegnamenti  importanti da questo genere di programmi) di un nuovo homo televisivus che non solo ha imparato a riconoscersi pienamente in quei valori e in quei personaggi stereotipati visti nel piccolo schermo (ben diversamente dall’identificazione che poteva avvenire con i personaggi del grande schermo protagonisti di alcune commedie all’italiana soprattutto degli anni Cinquanta e Sessanta), ma ha anche imparato a diffondere ed elevare la sua condizione a modello dominante di un’intera società.

Ebbene, viste le premesse, il successo invece di programmi come quelli citati, e dato il ripetersi di risultati analoghi anche su altre reti da parte di Angela, lascia certamente ben sperare ma instilla anche il timore che tutto ciò non sia altro che l’ennesimo fenomeno di costume che impone la visione di determinati “spettacoli evento” anche se poco di essi si condivide e ancora meno si capisce. Certo, non che il pubblico televisivo italiano sia sempre stato composto da dotti eruditi (come dimostra il processo di alfabetizzazione e il contributo sociale dato da programmi come quello del maestro in tv e da quelli di Angela padre), ma in quel caso diverso era l’approccio dello spettatore che si poneva con minore presunzione e maggiore desiderio di conoscenza, consapevole appunto dei propri limiti.

Comunque stiano le cose, ritornando ai freddi dati, la riscossa della Cultura (con la C maiuscola) in televisione come fenomeno di successo e di tendenza sociale fa ben sperare che questa non sia ancora del tutto defunta nella società italiana ma che sia stata sopita nelle coscienze di spettatori e cittadini da troppi programmi e cattive abitudini che l’hanno posta in secondo piano.

La speranza è che questo possibile “rinascimento” culturale in tv si possa presto diffondere anche ad altri ambienti e strati della società, a cominciare della politica che dovrebbe ricordare a se stessa il proprio ruolo, le proprie funzioni, le proprie prerogative e la propria natura di servizio ai cittadini, e non viceversa (visto che la sovranità appartiene al popolo per Costituzione). Che il processo di cambiamento e presa di coscienza avvenga dall’alto o dal basso poco conta, purché sia pervasivo. Dimostriamo di non essere ormai un popolo di capre (op. cit.) e risolleviamoci dalla condizione di povertà culturale in cui versiamo ormai da tempo per il bene e il rilancio stesso dell’Italia.