Matteo Nassigh, una luce contro 11 anni di lotte per il “diritto a morire”

di Daniele Dell'Orco
27 Febbraio 2017

Aggiornamento ore 12.00: “Fabo è morto alle 11.40. Ha scelto di andarsene rispettando le regole di un Paese che non è il suo”. Lo scrive su Twitter il radicale Marco Cappato. In mattinata l’ultimo audio del dj, , cieco e tetraplegico dal 2014 dopo un grave incidente stradale, pubblicato su facebook: “Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto del mio Stato”.

Poter decidere quando terminare la propria vita e interrompere così la propria sofferenza. È la richiesta che in 11 anni, come un filo rosso, ha legato tanti volti che sono diventati veri e propri emblemi, da Piergiorgio Welby all’ultimo in ordine cronologico, quello del Dj Fabo.

Una volontà di porre fine «con dignità» alla propria vita devastata dalla malattia che richiederebbe la regolamentazione di una legge, che ancora non c’è. Per questo i casi di tanti malati che hanno comunque scelto la via della “fine con dignità” hanno scosso le coscienze, ma l’ultima parola è sempre spettata, finora, ai giudici e ai tribunali. Il primo a porre il tema dell’autodeterminazione del malato e della scelta sul fine-vita fu Piergiorgio Welby, attivista e co-presidente dell’Associazione Coscioni. Colpito da anni dalla distrofia muscolare inviò al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una lettera in cui chiedeva l’eutanasia. Il 16 dicembre 2006 il tribunale di Roma respinse la richiesta dei legali di Welby di porre fine all’«accanimento terapeutico», dichiarandola «inammissibile» a causa del vuoto legislativo su questa materia. Pochi giorni dopo, Welby chiese al medico Mario Riccio di porre fine al suo calvario. Riccio staccò dunque il respiratore a Welby sotto sedazione, venendo poi assolto dall’accusa di omicidio del consenziente.

Nel 2007 fu poi il caso di Giovanni Nuvoli, malato di Sla di Alghero, che chiedeva anch’esso il distacco del respiratore: questa volta, però, il tribunale di Sassari respinse la richiesta e i carabinieri bloccarono il medico che voleva aiutarlo. Nuvoli iniziò allora uno sciopero della fame e della sete lasciandosi morire.

Ma è nel 2009 con il caso di Eluana Englaro, la giovane di Lecco rimasta in stato vegetativo per 17 anni, che il Paese si è diviso tra i favorevoli alla volontà del padre Beppino di far rispettare il desiderio della figlia quando era ancora in vita di porre fine alla sua esistenza se si fosse trovata in simili condizioni, e i contrari. Varie le sentenze di rigetto delle richieste dei familiari, finché la Cassazione, per ben due volte, non si è pronunciata a favore della sospensione della nutrizione e idratazione artificiale. Anche Mario Fanelli, malato di Sla morto per cause naturali nel 2016, chiedeva una legge sull’eutanasia. E sempre nel 2016, Walter Piludu, ex presidente della provincia di Cagliari malato di Sla, è morto ottenendo il distacco del respiratore: il tribunale di Cagliari ha infatti autorizzato la struttura sanitaria dove si trovava a cessare i trattamenti.

Oggi a rilanciare l’appello ad una “morte dignitosà” è Fabiano Antoniani, il Dj Fabo: si è rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché intervenga sul fine vita. A 39 anni, Dj Fabo è cieco e tetraplegico a seguito di un grave incidente stradale. Chiede di «essere libero di morire» e giudica «scandaloso che i parlamentari non abbiano il coraggio di prendere la situazione in mano per tanti cittadini che vivono come me». Casi ai quali si aggiungono i 5 malati che l’Associazione Coscioni ha accompagnato in Svizzera per ottenere l’eutanasia e da marzo 2015, afferma Matteo Mainardi, coordinatore della campagna Eutanasia legale, «abbiamo aiutato 233 persone a mettersi in contatto con i centri svizzeri per il suicidio assistito». In attesa di una legge insomma, denunciano in tanti, i giudici continuano ad occuparsi di fine vita e i malati continuano a veder negato quello che ritengono un loro diritto.

Ma non è forse proprio questo il punto? Non c’è forse qualcosa di immorale nel ritenere un diritto sia la vita che la morte in base alla nostra idea di esistenza? Non è forse troppo “conveniente” ritenersi padroni della propria vita al punto tale da poter decidere se togliercela o meno basandosi su quello che riteniamo egoisticamente esserne il senso? Le parole di Matteo Nassigh, a questo proposito, forse non sono state considerate a sufficienza. Matteo, ha 19 anni, non è in grado di camminare, di parlare, di mangiare da solo o di vestirsi. Si trova in queste condizioni dalla nascita quando dopo il parto ha subito un’asfissia che lo costringe ancora oggi a vivere attaccato a una tavoletta che gli permette di comunicare con gli altri. Non è dunque un “privilegiato” come chi scrive o come chi spesso prende questa o quella posizione in tema di eutanasia. Matteo sa cosa dice, e ha voluto lui stesso rispondere all’appello di Dj Fabo con delle parole che colpiscono per il valore assoluto che dovrebbero rappresentare. Per tutti. “Voglio rispondergli perché io conosco bene la fatica di vivere in un corpo che non ti obbedisce in niente.Voglio dirgli che noi persone cosiddette disabili siamo portatori di messaggi molto importanti per gli altri, noi portiamo una luce. Anch’io a volte ho creduto di voler morire, perché spesso gli altri non ci trattano da persone pensanti ma da esseri inutili”. Lui, addirittura, la sua vita e le sue esperienze le racconta in un blog su internet, proprio affinché vengano lanciati dei messaggi di speranza e di orgoglio. “È vero -conclude Matteo – noi due non possiamo fare niente da soli, ma possiamo pensare e il pensiero cambia il mondo. Fabo, noi siamo il cambiamento che il mondo chiede per evolvere! Tieni duro”.