Leggere Le radici giacobine dei totalitarismi di Drieu La Rochelle

di Fabio S. P. Iacono
17 Ottobre 2016

L’Occidente sta morendo di tolleranza, poiché ha tollerato l’intolleranza integralistica di chi rappresenta al livello più volgare l’anti-Occidente.

Quirino Principe

È stata la “fortuna”, non d’effetto moderno o contemporaneo, a fare in modo che “Le radici giacobine dei totalitarismi, Bolscevismo, Nazismo e Fascismo” venissero personalmente acquistate nella sede di una casa editrice-libreria sita nel “Val di Noto”. Cinque euro e sedici centesimi ben spesi che hanno intellettualmente rimediato al francese arrugginito di chi scrive. Apparse in “Ecrits 1939-1940”, in Mesure de la France, Grasset, Parigi, 1964, riproposti nel 1998 a Chieti a cura di Calogero Carlo Lo Re per la traduzione di Stefano Borghi. Si tratta di uno scritto maldestramente respinto da la “Revue de Paris”, perché nell’oscillazione continua, risolta in seguito con il suicidio in tinta bordeaux tra il nero del fascismo, il bruno nazionalsocialista ed il rosso del comunismo sovietico, in fondo è questo il senso intellettualmente cromatico della nostra lente d’ingrandimento, il tramonto dell’Occidente tradizionalmente concepito si tinge di blu. “La maggior parte del pubblico si è stupita di fronte all’avvicinamento tra Stalin e Hitler. Ci si sarebbe stupiti di meno se si fosse mantenuta una visione d’insieme degli avvenimenti di questi ultimi venti anni che, da Brest-Litovsk fino ai recenti incontri di Mosca passando per Rapallo, il proseguimento della politica di Rapallo dopo l’avvento di Hitler e l’immobilità di Stalin dinnanzi ai fatti di Monaco, offrivano segni certi. E ci si sarebbe stupiti ancor meno se si fosse presentata più attenzione agli elementi comuni nella genesi e nelle strutture dei movimenti e degli stati totalitari, quale che sia il loro colore: rosso, bruno o nero” (pag. 27).

L’incipit non lascia alcun dubbio: Hitler e Stalin hanno creato un’architettura politica “piramidale” tale da innovare le categorie politiche statuali strutturatesi poco più di un secolo addietro per mezzo del “Congresso di Vienna”. Mentre il fascismo italiano è nei fatti figlio del 1789 (incontro-accordo-scontro con la Monarchia e la Chiesa), nazismo e bolscevismo sono generati dal terrore del 1793, lo hanno confermato in modo demoniaco nel secolo scorso.

“Ma il 1789 non è il 1793. L’89 fu liberale, sebbene abbia ceduto il posto, almeno per qualche tempo, al ’93, che fu giacobino e totalitario” (pag. 28). Wagner è il cemento ulteriore dello schema statuale tedesco, un’opera ininterrotta amplificata dal grammofono e dalla radio teutonica per ben dodici anni, dal 1933 al 1945; dal canto suo Stalin riprenderà il testimone zarista, dopo aver decimato l’élite delle Forze Armate e rischiando il tracollo alle porte di Mosca innestandolo sul terrore bolscevico, con risultato parallelo similare e storicamente diacronico. Dal 1922 al 1943 il fascismo nel corso del compromesso con la monarchia diluirà le origini social nazionaliste (Hitler nel corso degli anni ‘20 cercherà più volte invano di legarsi con il maestro Benito Mussolini) in una formula corporativa e liberal nazionale, trasformando la “Prussia italiana”, il Ducato del Piemonte – Regno di Sardegna, in Regno d’Italia e d’Albania – Impero d’Etiopia. Tornerà alle origini, alle fondamenta dei fasci da combattimento, riagganciandosi al terrore giacobino dall’autunno 1943 alla primavera del 1945 in un curioso parallelismo confliggente con le formazioni partigiane di autentica ed originale derivazione dall’internazionale comunista. “[…] non essendo stata guidata da una concezione sufficientemente chiara del liberalismo, la prima rivoluzione del 1789 degenerò subito, e in tal modo essa condusse logicamente verso la seconda rivoluzione del 1793, totalitaria” (pag. 29). In un momento della storia d’Europa dove gravi questioni geopolitiche stanno per esplodere nei mari, negli oceani, in Africa, in Asia, un “surrealista di destra” come Drieu La Rochelle individua la fonte antropologica della resa dei conti che sarebbe a breve andata in scena.

Il no de La Revue de Paris rappresenta una involontaria onorificenza intellettuale per un dandy militante, un chiaro atto di resa fisica e dell’anima, Drieu La Rochelle si suiciderà con la sapienza indù tra le mani, non spirituale. Troppo ingombrante oramai nel mondo lo lascia in qualità di orfano dell’assoluto, precursore europeo estetizzante, non decadente, di Yukio Mishima.