1377, l’Eccidio di Cesena: Mondardini intervista Andrea Sirotti Gaudenzi

di Francesco Mondardini
7 Febbraio 2019

Andrea Sirotti Gaudenzi, avvocato e docente cesenate le cui pubblicazioni sono lette in tutto il mondo, ha incontrato Francesco Mondardini, rappresentante territoriale a Cesena per Nazione Futura. L’occasione è stata propizia per ricordare l’Eccidio di Cesena del 1377, fatto storico a cui Sirotti Gaudenzi ha dedicato un libro nel 2013 e numerosi convegni. 

Avvocato,  che importanza ricopre l’Eccidio di Cesena a livello storico?

“Enorme. Non si esagera nel dire che l’Eccidio cesenate viene ricordato come uno dei peggiori massacri avvenuti nel Medioevo europeo. Cominciò il 3 febbraio del 1377 e si protrasse per quasi una settimana. Dei 7-8.000 abitanti di allora all’interno dell’area urbana, meno di 3.000 riuscirono a salvarsi”.

Sirotti Gaudenzi durante convegno.

Eppure, a parte lei, a Cesena ne parlano in pochi.

“Troppo pochi. Non solo dell’Eccidio, sia chiaro. A Cesena, la memoria storica vacilla pur essendo una città ricchissima di storia. Ma non voglio ora evocare altri fatti che sarebbero degni di essere ricordati con tutti gli onori; concentriamoci sull’Eccidio, o Sacco dei Bretoni”.

L’Eccidio di Cesena raffigurato da Lodovico Pogliaghi.

Ci racconti. 

“Le fonti sono davvero poche. Pensi che mi sono spinto fino a Londra per cercare notizie di quel periodo. E ne ho trovate tante, anche se non sempre dettagliate. L’Eccidio fu un fatto di portata europea. I contemporanei se ne accorsero subito, il primo a parlarne fu Lino Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica di Firenze in quegli anni”.

Che c’entrava Firenze con Cesena?

“Tanto. Nel 1375, Firenze aveva innescato la Guerra degli Otto Santi, rappresentati da otto magistrati fiorentini, contro il Papato. Cesena faceva parte di un territorio controllato dalla Santa Sede; quando i cesenati si ribellarono ai propri governanti, Firenze veicolò la notizia in tutta Europa. Poteva essere la prima di tante ribellioni a indebolimento del papa: non andava assolutamente sottovalutata”.

L’avvocato durante un intervento pubblico.

Facciamo un passo indietro: perché Cesena si ribellò all’ordine costituito?  

“Siamo nell’autunno del 1376. Roberto di Ginevra, cardinal legato, ha appena desistito dal cercare di conquistare Bologna. Il papa allora gli consiglia di ritirarsi, insieme alle sue truppe, un contingente bretone, nella vicina Cesena a svernare. La scelta di Cesena non è casuale: all’epoca, viene descritta come la più ricca città di Romagna nonché ancora totalmente fedele al papa. Tuttavia, dopo alcune settimane i militari bretoni iniziano a indispettire la popolazione rifiutandosi di pagare le razioni di cibo che i contadini cesenati presentano loro generosamente. Ma non solo: i bretoni sono teste calde e molestano le persone. Le risse sono all’ordine del giorno, la gente muore ammazzata. In poco tempo si viene a creare un clima di forte tensione. Un giorno, secondo molte cronache del tempo, un soldato si presenta da un macellaio cesenate. Al rifiuto di pagare un pezzo di carne, il macellaio reagisce e, di lì a poco, scatta la guerriglia urbana”.

I cesenati avevano delle possibilità di uscire vincitori dallo scontro coi Bretoni? 

“In un primo momento, sì. Cesena era una città abbastanza popolosa per l’epoca. Consideri che il centro storico, come lo vediamo oggi, era già in gran parte in piedi e costituiva il cuore della città. Il contingente bretone era formato da molti uomini armati, ma i cesenati riuscirono a ricacciare indietro “a mani nude” i militari bretoni. Il problema furono gli sviluppi successivi. Il cardinal legato volle lanciare un segnale forte a tutte le città sotto il suo controllo. Cesena sarebbe stata punita duramente, per evitare ribellioni da parte di altri paesi”.

Dall’alto: Francesco Mondardini (Nazione Futura), spaccato di Lodovico Pogliaghi sull’Eccidio di Cesena, l’avv. Andrea Sirotti Gaudenzi.

Divenendo un capro espiatorio?

“In un certo senso, sì. Ufficialmente, il papato dichiarò di non voler punire Cesena per la sommossa. Non fu così. Giovanni Acuto, che gli stessi inglesi ricordano come il “Boia di Cesena”, fu incaricato da Roberto di Ginevra di marciare su Cesena senza fare prigionieri. Giovanni Acuto eseguì l’ordine alla lettera. Truppe corazzate assediarono Cesena, che non ebbe il tempo di reagire. Nel giro di pochi giorni la città era devastata. Alcuni abitanti chiesero l’intervento della famiglia Malatesta, ma Galeotto scelse di non intervenire rimanendo nei territori riminesi, seguendo la versione riportata da alcune cronache. Migliaia di cittadini morirono nella prima fase dell’attacco. Secondo le stime, circa tremila persone riuscirono a fuggire dalla città, nonostante gli inglesi all’inseguimento. L’Eccidio portò a conseguenze inaudite per Cesena. La città venne in seguito ripopolata, soprattutto con persone provenienti dal riminese e anche da altre aree. Tante famiglie storiche di Cesena vennero sterminate”.

Un particolare dell’opera del Pogliaghi.

Un fatto davvero unico per la sua drammaticità.

“Già. Per questo mi sto impegnando per rinnovare a fondo il ricordo di fatti storici così importanti e vicini ai cesenati”.