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Il castello di Giaggiolo, feudo di Paolo il bello, a breve distanza da Forlì

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del

Ho sempre amato, ieri come oggi, i racconti degli anziani. E proprio un’anziana azdora mi ha parlato di Giaggiolo, il suo paese natio dove un tempo sorgeva un castello. “Giaggiolo che bel nome, chissà perché si chiama così”. Mi ha risposto che il toponimo derivava dalla profusione di giaggioli che fioriscono intensamente sul finire della primavera. Lei li ha chiamati al scurèz de gêval (le scoregge del diavolo). Il giaggiolo può essere bianco o violaceo ed è il simbolo di Firenze. Al scurèz de gêval, mi ha spiegato l’azdora, sono solo i giaggioli paonazzi i quali tingono le mani come fossero carta copiativa, “dà la varnìsa al scurèz, s’ t’ci bôn!” (colora le scoregge, se ne sei capace) mi ha detto sorridendo allegramente.

E così ora vi parlerò del castello di Giaggiolo. Diversamente da ciò che tramanda la tradizione popolare il toponimo Giaggiolo, sarebbe una derivazione di “gaggio”, nel senso diminutivo dal longobardo “gagi”: siepe. Diventato poi col latino medievale gahagium, terreno circondato da siepe. Le memorie di transiti e spostamenti umani, nell’Appennino romagnolo, si perdono nella notte dei tempi, forse addirittura al Paleolitico. Questi antichi percorsi solitari e distanti dai fondovalle tornano in auge nel Medioevo, per evitare controlli e pedaggi.

Ciò favorì, lungo questi tragitti, la diffusione di piccoli centri, abbazie, torri e castelli, affidati a famiglie nobiliari. Titolari di feudi che accrescevano il loro potere schierandosi, ora con la Chiesa, ora con l’Imperatore. Il castello di Giaggiolo si ergeva solitario, su una cresta montana, fra le valli del fiume Bidente e del torrente Borello, a circa trenta chilometri da Forlì. Oggi rimangono imponenti ruderi accanto a una piccola chiesetta. Il castello, un tempo era assai noto, documentato già nel 1021, fu la sede del ramo dei Malatesta di Giaggiolo, il cui capostipite fu Paolo Malatesta, sì proprio il Paolo di Francesca, citato da Dante, nel V canto dell’Inferno.

Nel 1371 il Castrum Glagioli comprendeva la rocca e il palazzo, con 26 focolari (famiglie). Era il 1471, una volta estinto il ramo maschile dei Malatesta, quando il castello di Giaggiolo passò ai conti, poi marchesi Guidi di Bagno che utilizzarono il maniero come residenza estiva ed iniziò il lento declino di Giaggiolo. Nel 1269, Malatesta da Verucchio, il “Mastin vecchio”, così lo cita Dante, investì del titolo comitale il secondogenito Paolo, combinando il matrimonio con Orabile Beatrice, figlia dei Conti di Giaggiolo.

Orabile Beatrice, ultima erede dei conti di Giaggiolo, rimasti senza discendenza maschile, è costretta, appena quindicenne a sposare il figlio di un nemico del padre. Ma il castello di Giaggiolo sorgeva su un punto strategico e Malatesta la ebbe vinta su Guido da Montefeltro zio di Orabile Beatrice. Infatti Guido da Montefeltro aveva sposato Manentessa sorella del padre di Orabile Beatrice. L’usanza dei matrimoni combinati era al tempo la regola, anche il primogenito di “Mastin vecchio”, Giovanni detto Gianciotto (Johannes Zoctus, Giovanni Zoppo), ebbe in questo modo in sposa Francesca da Polenta.

I rapporti tra i due fratelli, Paolo e Giovanni, ebbero un esito tragico. Giovanni uccise il fratello e la moglie accecato dalla gelosia, ma il delitto potrebbe avere avuto anche risvolti economici. Gianciotto aveva i suoi buoni motivi per odiare il fratello minore Paolo detto il Bello, che diversamente dal ruolo di amante perpetuo di dantesca memoria, oltre alla facile rendita delle terre di Giaggiolo, contea che comprendeva anche Meldola e Cusercoli, era diventato un protagonista stimato della scena nazionale come attesta l’incarico di Capitano del Popolo di Firenze nel 1282.

Delitto d’onore, delitto d’amore, racconta Dante, ma il Poeta non poteva che riproporre la tesi corrente perché l’astio tra i fratelli era in corso e continuava come in una faida; quanto accadde fra Giovanni e Paolo si ripeté con i loro eredi. Il figlio di Giovanni, Ramberto, nel 1323 uccise a Ciola il cugino Uberto, figlio di Paolo. A sua volta Ramberto fu ucciso a Poggio Berni nel 1330 dai parenti di Rimini, come punizione del suo tentativo di conquistare la città.

Paola Tassinari

Redazione Romagna Futura

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