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Dante, la Garisenda, i confini della Romagna e la superbia

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del

I giorni di settembre, riescono ancora a farmi sentire in quel modo, parafrasando la canzone di Neil Diamond. Settembre è per me il mese di Dante, perciò in onore a Lui, mi permetto di sforare i confini della Romagna, per scrivere sulle due Torri di Bologna. Intanto preciso che le ipotesi sui confini della Romagna sono assai discordi, tutto dipende in quale periodo storico vengono inquadrate.

Nel 1300 Dante Alighieri definiva la Romagna compresa “tra il Po, il monte, la marina e il Reno”. Nel 1396, un processo legale per definirne l’area settentrionale, forniva testimonianze contrarie… i confini iniziavano dalle torri di Bologna o dal Sillaro (Imola)? Per papa Pio II (1405/1464), la Romagna comprendeva anche l’Emilia. Massimo d’Azeglio, quando nel 1859, guidò i fautori dell’Unità nazionale, insorti a Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì, la provincia che egli costituì fu chiamata: “Le Romagne”.

Alcuni studiosi moderni, seguendo il d’Azeglio, asseriscono che la Romagna indicherebbe il territorio incluso in tutta l’Emilia sino al fiume Panaro. Quindi con il mio articolo su Bologna non esco dai confini romagnoli, andando indietro nel tempo vien fuori che, diversamente da oggi, esisteva un territorio chiamato “Romandiola”, da cui Romania e poi Romagna, zona rimasta sotto il potere romano, e non sussisteva il toponimo Emilia se non per l’importante strada che univa Rimini a Piacenza.

Attualmente non esiste una regione Romagna e i confini la vedono racchiusa a nord dal Reno fino al mare, a sud dagli Appennini fino alla cittadina di Cattolica. Ed ora passiamo al sonetto giovanile del 1287, in cui il Poeta cita, per la prima volta, la torre bolognese: “Sonetto sulla Garisenda”. (Dante dedica alla torre una seconda citazione, all’interno della Commedia nel Canto XXXI dell’Inferno, paragonando la Garisenda al gigante Anteo).

Sonetto di cui la critica non è riuscita a risalire ad una interpretazione certa, varie sono le ipotesi, fra cui una, che il Poeta si rivolga alla torre Asinelli, o un’altra, che parli di una donna che sarebbe sfuggita al suo sguardo perché era intento a osservare la  Garisenda “Non mi poriano già mai far emenda / de lor gran fallo gl’ocli mei,sed elli / non s’acecaser, poi la Garisenda / torre miraro co’ risguardi belli, / e non conobber quella (mal lor prenda) / ch’è la maggior de la qual si favelli: / però ciascun di lor voi’che m’intenda / che già mai pace non farò con con elli; / poi tanto furo, che ciò che sentire / doveano a ragion senza veduta, / non conobber vedendo; onde dolenti / son li miei spirti per lo lor fallire, / e dico ben, se ‘l voler non me muta, / ch’eo stesso li uccidrò que’ scanoscenti”.

Dunque Dante dice più o meno che i suoi occhi non avrebbero mai potuto fare ammenda dello sbaglio che fecero guardando la Garisenda, non vedendo così la maggiore (la torre degli Asinelli?) della quale vuole parlare. Continua… ciascuno di voi capisca che mai mi perdonerò, per il furore che tanto ho sentito, chi (gli occhi suoi) senza giusta ragione, non conobbero vedendo, sono dolente, ma fu il mio spirito, fu colpa mia del loro sbagliare e dico bene, se il tempo non mi cambia, che io stesso ucciderò quegli sconoscenti. Dante, negli anni giovanili, quasi certamente fu studente presso l’Alma Mater.

Bologna durante il Medioevo era considerata una delle città più ricche e popolate d’Italia, grazie in particolare al via vai di studenti da tutta Europa che vi giungevano per compiervi gli studi universitari. Dante comunque la laurea non la prese, decise lui o non fu accolto degnamente o gli fecero uno scherzetto per invidia? Ahimè, Bologna aveva laureato ad honorem Guido Guinizelli e a Dante niente? A ciò si assommi l’antico detto, tuttora popolare fra gli studenti,“Non si sale sulla torre degli Asinelli prima di essersi laureati, altrimenti potrebbe non accadere più”. Dante, dato il suo valore, aveva dato per certo la laurea?

Ecco che posso sfornare la mia ipotesi, traducendovi ciò che forse il Poeta voleva esprimere… sono giunto a Bologna, attratto dal sapere che qui circola, i miei occhi hanno visto solo la ricerca della conoscenza che qui vi è a profusione ( la Garisenda la torre più bassa, l’umiltà di chi sa di non sapere) e non ho visto la torre degli Asinelli, la più alta, quella dei dottoroni , quella dei superbi e degli invidiosi che crede di conoscere tutto e mi sono preso un bel tozzone sul muso, ben mi sta, ho fallito, non mi hanno dato la laurea, ma io stesso ucciderò quegli sconoscenti.

Sconoscenti che a parer mio non sono più i suoi occhi, ma quelli che della loro conoscenza ne fanno uso per il potere. Bè, credo che un Dante non laureato, (anche se ai tempi non era necessario laurearsi per concludere gli studi universitari, c’erano però i gradi che partivano da Baccelliere, per finire nel grado supremo di Dottore coronato, Dante non fu coronato ce lo attesta Boccaccio che fu uno dei suoi primi biografi) sia stata una grandissima occasione mancata per Bologna.

Il Sommo, come dichiara nel sonetto, ha poi ucciso metaforicamente tutti i superbi coronati. Il Poeta sapeva bene che tutti i peccati nascono dalla superbia che è il primo vizio capitale. Un ultimo appunto Petrarca che ebbe l’onore della corona, avrebbe voluto rifiutarla, l’accettò solo per evitare le persecuzioni di cui erano oggetto i poeti sempre in sospetto di magia… ai tempi si aveva una grande idea della poesia e una cattivissima opinione dei poeti.

Paola Tassinari    

Redazione Romagna Futura

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