Sessismo al contrario: in Normale a parità di merito si assumono donne

di Daniele Dell'Orco
29 Novembre 2016

Per approcciare alla questione nel modo più disinteressato possibile si parta da un presupposto basilare: quando si parla di “merito” le categorizzazioni non possono essere una discriminante. Mai. A prescindere. Altrimenti si chiuda pure l’articolo. Se è vero allora che alla scuola Normale Superiore di Pisa, unico ateneo italiano tra i primi 10 al mondo, il criterio del merito vale più di ogni altra cosa, scegliere di assumere un docente piuttosto che un altro con un criterio di selezione che nel peggiore dei casi potrebbe portare all’assegnazione della cattedra in base al cromosoma X o Y significa attuare il principio contrario alla meritocrazia.

In sintesi, è quello che ha detto ieri il direttore del prestigioso centro di ricerca, Vincenzo Barone, nel corso dell’inaugurazione a Firenze di un centro di studi intitolato all’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. “Nella sede di Pisa abbiamo 35 professori e solo 3 sono donne: è una situazione imbarazzante, completamente sbilanciata in favore degli uomini, non si può andare avanti così – ha detto Barone, che ha proposto – quando facciamo un concorso, a parità di risultati tra concorrenti, scegliamo la concorrente donna. Questo non snatura il nostro metodo di selezione, che è interamente basato sul merito”.

Il direttore ha spiegato che, per ovviare al problema della carenza di professoresse, “non sarebbe assolutamente possibile far ricorso al sistema delle quote rosa: il criterio del merito è per noi inderogabile”.

L’idea di favorire la selezione di professoresse a parità di risultato con i concorrenti maschi sarebbe “ovviamente applicata a tempo: avrebbe senso farlo solo fino al momento in cui ve ne fosse necessità e non un attimo oltre”.
Nella popolazione della Normale, ha spiegato ancora Barone, la percentuale di donne diminuisce con il crescere dei ruoli rivestiti. “Tra gli studenti abbiamo più donne che uomini – ha detto – poi, tra assegnisti e ricercatori, la percentuale diventa più o meno 50% e 50%, mentre arrivando ai professori la disparità è totale. E questo a mio parere non è più accettabile”.

Ora, Barone non ha tuttavia illustrato una cosa importante: questa “necessità” a cosa corrisponde? Cioè, diventa solo un fattore numerico? Attualmente alla Normale ci sono solo 3 donne professoresse su 35, mentre in media in Italia i docenti universitari di sesso femminile sono il 35%. Quindi? Arrivati a 50-50 il criterio di selezione cromosomico decadrebbe? O anche un 55-45 andrebbe comunque bene?

Si provi a porre come realtà empirica il fatto che nell’ambiente universitario (e non solo) le donne siano effettivamente discriminate, ma allora il rimedio quale sarebbe? Capovolgere il criterio di discriminazione? Cioè, per assurdo, visto che negli ultimi 50 anni 10mila donne non sono state assunte nonostante avessero curricula migliori dei concorrenti uomini, per i prossimi 50 invertiremo la rotta finché non si farà la patta? Provi a spiegare il direttor Barone a un ricercatore uomo che per decenni ha studiato e si è fatto il mazzo al pari della collega donna che pur essendo parimenti bravo ha sbagliato epoca per provare a fare il lavoro dei suoi sogni. Provi a dirgli che visto che fino a ieri sono stati applicati dei criteri folli allora da oggi è diventato necessario regolamentare una follia uguale e contraria.

Non è forse fare in modo che il cromosoma di riferimento diventi tutto tranne che una discriminante di selezione il senso stesso di “parità dei sessi”? Si faccia un ulteriore test, si indicano dei periodi di prova in cui entrambi i candidati possano avere effettivamente la possibilità di dimostrare nel pratico ciò di cui in teoria sarebbero ambedue capaci. Si valutino allora altre caratteristiche necessarie a rendere un ricercatore preparato anche un docente di livello, si censisca il grado di preferenza da parte degli studenti. Ma che non si dica che per parità dei sessi s’intende dover preferire l’uno o l’altra, sbandierando poi l’attaccamento viscerale al “merito”. Ché il piede in due scarpe, oltre ad esser scomodo, è pure il massimo dell’ingiustizia.