Ribaltare il numero chiuso

di Daniele Dell'Orco
24 Settembre 2018

In quel coacervo di paradossi che è oggi l’Italia vige una illogica massima per la gestione dell’accesso allo studio. Da un lato si sostiene che il diritto alla laurea non possa essere negato a nessuno, nemmeno agli asini, se è vero che nella stragrande maggioranza delle facoltà senza sbarramenti d’accesso la qualità dell’insegnamento è drasticamente crollata per tenere alte le statistiche. Dall’altro, però, quello stesso diritto lo si nega a coloro i quali vorrebbero, a ragione, provare a laurearsi in qualche disciplina davvero necessaria. Posto che, al di là dei principi socialdemocratici da sempre imperanti negli atenei, dei criteri di selezione siano necessari in tutte le facoltà, è quantomeno singolare che si costringano ogni anno migliaia di ragazzi ad abbandonare gli studi in medicina o a riciclarsi presso segmenti affini (leggasi chimica) e nel frattempo si stia vivendo una emorragia di 45mila medici che nei prossimi 5 anni andranno in pensione senza che ci sia turn over. L’allarme diventa ancora più rosso nel range a 10 anni: al 2028, infatti, saranno andati in pensione 33.392 medici di base e 47.284 medici ospedalieri, per un totale di 80.676. Ora, che lo studio sia un diritto di tutti è fuori discussione. Che sia un obbligo, però, no, visto che esiste un’istituzione apposita, la scuola dell’obbligo, che contribuisce per definizione a tracciare un confine. L’università non è obbligatoria. Non è obbligatorio iscriversi e men che meno portarla a termine. È piuttosto una prospettiva, gratificante ma in un certo senso anche critica. E le criticità non dipendono solo dalle singole attitudini e dalle singole capacità, ma anche da fattori imprevisti che possono influenzare la vita di ognuno, fino all’unico aspetto che deve essere gestito dallo Stato: il sistema.

Se il messaggio che manda il sistema è “tranquillo, si laureano tutti, puoi laurearti anche tu” le probabilità che all’uscita dalle (già mediocri) scuole superiori qualcuno possa essere persuaso a cercare una scorciatoia iscrivendosi a un corso di laurea “purché sia” aumentano vertiginosamente. Quello stesso sistema, poi, sostiene comunque i costi necessari per garantire che quella scelta sia rispettata. Di fatto paga per produrre disoccupazione.

Ora la strategia del governo sembra essere cambiata. In parte. Il ministro della Salute Giulia Grillo ha confessato al Messaggero la sua intenzione di eliminare il limite del numero chiuso per le Facoltà di Medicina. Quelle stesse, peraltro, balzate a più riprese agli onori delle cronache per gli scandali legati proprio ai test d’ingresso truccati. Nel caso in questione, il numero chiuso è stato istituito illo tempore principalmente per contenere i costi a carico del sistema sanitario, ma dati alla mano è finito per creare un imbuto troppo stretto per il mondo del lavoro.

“Per tamponare la situazione stiamo lavorando a una misura urgente che consenta a chi ha maturato un’adeguata esperienza nell’area dell’emergenza, anche con contratti precari ma senza specializzazione, e che lavora da tempo nei pronto soccorso di accedere ai concorsi che spesso registrano pochissime adesioni. Poi metteremo mano a una più ampia riforma di medio termine dell’intero capitolo della formazione dei medici”, ha sottolineato Grillo.

Il ministro ha spiegato che il Governo intende prendere spunto dalle altre realtà europee.

“Perseguiremo un modello di meritocrazia, democratico e aperto. Ci si potrebbe ispirare a quello francese dove non c’è il numero chiuso all’inizio, con libero accesso al primo anno, e poi una selezione molto serrata per verificare chi è in grado di andare avanti. Ci sono pro e contro ma è meglio del sistema attuale”.

Il principio alla base dell’idea è condivisibile. Aprire le strette maglie di un mondo spesso ostaggio della corruzione e nemico della meritocrazia prorogando la pur sacrosanta selezione al termine del primo anno accademico, in base ai risultati dei singoli. Al Miur, per osmosi, potrebbero prendere la palla al balzo per ragionare uno sbarramento simile anche per le facoltà umanistiche, quelle cioè che vendono parecchi sogni ma realtà tutt’altro che solide. Il report su università e occupazione elaborato di recente dall’Osservatorio dei Consulenti del lavoro parla di dispersione del capitale umano, con ben 287 mila laureati trentenni in Lettere, Filosofia, Storia (gruppo disciplinare Insegnamento), dei quali il 25% (71 mila persone) non lavorano e solo il 55,6% è occupato in posizioni lavorative in linea con il titolo di studi conseguito. Nonostante le opportunità offerte dalla globalizzazione non se la passano tanto meglio nemmeno i laureati in Lingue: di questi, solo tre su quattro lavorano. E fra quelli che lavorano, il 44% fa un lavoro per cui non è richiesta la laurea.

Il capolavoro di funzionamento deriva dal fatto che questo esercito di disoccupati/sottoccupati è costato miliardi di euro alla collettività. La formazione accademica di ogni singolo studente costa allo Stato circa 30.000 € all’anno, considerando stipendi dei docenti, spese dei locali e degli altri servizi offerti dall’Università. Il totale supera i 12 miliardi l’anno coperti solo in parte dalle tasse universitarie che, a riprova dello sperpero congenito, sono persino raddoppiate dal 2006 al 2012. Il motivo? L’aumento di corsi, passati dal 2009 al 2015 da 2444 a 5734.

L’offerta aumenta, lo Stato paga, i medici scarseggiano. Tutto normale, no?