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Quando il bue dà del cornuto all’asino

Daniele Dell'Orco di Daniele Dell'Orco, in Attualità, del

Al di là di tutte le categorie antropologiche che possano essere utilizzate per poter dividere in insiemi i vari profili delle persone, il mondo contemporaneo può essere suddiviso in due fenotipi principali: quelli disposti ad interagire col prossimo, e quelli indisposti. Per facilitare le persone a riconoscersi nell’uno o nell’altro insieme sono stati inventati degli strumenti in questo senso eccellenti: i social network.

Non sono tanto i contenuti, quanto il modo di gestire i propri profili online a dire parecchio su di noi e su chi vorremmo essere. L’utilizzo “istintivo” degli avatar suggerisce la volontà di rimanere all’interno dei limiti della propria quotidianità. Si esprimono opinioni, certo. Talvolta a sproposito. Ma comunque senza la convinzione che possano davvero influenzare quelle di qualcun altro. C’è poi invece un tipo di uso “scientifico” dello strumento che diventa a tutti gli effetti il mezzo per un fine. La costruzione del consenso social è, infatti, la via più semplice per accrescere la propria posizione nella vita reale.

Vuoi approcciarti alla carriera politica? Allora la tua voce dovrà necessariamente riuscire a raggiungere qualche decina di migliaia di persone sul web. Vuoi diventare un volto televisivo? Semplice, se con un annuncio sui social sarai in grado di catalizzare l’attenzione di un certo numero di telespettatori. Persino per diventare calciatore, a detta di Bobo Vieri che di certe cose se ne intende, oggi basta avere un profilo Instagram seguitissimo.

E per diventare giornalisti? Per quello basta essere Alessandro Di Battista. Inviato dal Fatto Quotidiano nelle periferie mesoamericane per realizzare dei reportage su delle realtà sociali difficili, Dibba, con famiglia al seguito, vive un’esperienza che per decine di migliaia di aspiranti giornalisti (ma pure per giornalisti navigati) è diventata un sogno. Ma mentre tutti questi si ostinano a rincorrere il proprio sogno attraverso percorsi di studio variegati ed esperienze perlopiù inutili, maturando peraltro una certa ostilità e un senso di sopraffazione verso l’altro dettati dalla concorrenza spietata, Di Battista è riuscito ad avere il biglietto Valtour grazie al magico mondo dei social. Quali che siano i suoi meriti non è dato saperlo. Quale che sia la sua carriera professionale in questo settore nemmeno. Ciò che si sa di lui è che, per un motivo o per un altro, se fa una storia su Instagram la vedono in 200mila. E a una testata giornalistica moderna, così avara di lettori, basta e avanza.

È normale dunque che Di Battista possa permettersi di inveire contro la categoria dei giornalisti. Che possa insultarli e che possa mortificarli. Perché lui, di fatto, non lo è. Ma gioca a farlo, e gli piace anche. L’ipocrisia di fondo sta tutta qui.

Quello del giornalista è sempre stato un mestiere dalle dinamiche discutibili, concorrenziale a livelli altissimi, incerto come nessun altro, rischioso dal punto di vista delle responsabilità. In una parola: oscuro. Eppure romantico, sensibile, finanche glorioso.

Per il giornalista moderno, però, la gloria è un miraggio, poiché non più subordinata al talento, ma ad una serie di incognite via via diventate certezze. Il giornalista moderno, ad esempio, è quello che non sa cosa deve studiare all’università. Che non sa, per la verità, nemmeno se sia necessaria. Che, foss’anche Montanelli, si mette alla prova donando il proprio tempo e le proprie risorse per sottoporsi a stage che non gli procureranno alcun contratto. Che o impara a scrivere su carta sebbene i giornali stiano scomparendo, o impara a scrivere sul web sebbene non ci siano ancora abbastanza risorse per sostenere il sistema. Che vorrebbe raccontare la verità, ma magari talvolta non può farlo. Che vorrebbe esprimere un punto di vista, ma con il serio rischio che se a qualcuno non dovesse piacere possa ritrovarsi mortificato, insultato, minacciato.

E il riferimento non è agli hater, e nemmeno agli “imbecilli” di cui parlava Umberto Eco ai quali il web ha dato voce. Il riferimento è all’uomo qualunque, quello che anche grazie alle crociate del Di Battista di turno nel corso degli anni ha identificato il giornalista come lo scribacchino anche se magari ha due lauree, il servo del potere anche se scrive per la testata più sfigata del mondo, l’inopportuno e pedante anche se tenta di fare una domanda in più per poter formulare una lettura in più. Così il giornalista diventa uno da poter denigrare con facilità. 
In Italia 7 persone su 10 sono analfabeti funzionali. Eppure, qualsiasi articolo tu possa scrivere ci sarà sempre qualcuno che ne saprà più di te. Qualsiasi metrica tu possa usare ci sarà sempre qualcuno che vorrà insegnarti ad usare le virgole. Qualsiasi prospettiva tu possa azzeccare ci sarà sempre qualcuno che ti ricorderà quella volta che, otto mesi prima, ne sbagliasti una.

E se dovessi provare a sollevare obiezioni o pretendere rispetto, ci sarà sempre qualcuno lì a ricordarti che, se di mestiere fai quello, allora devi per forza accettare qualsiasi feedback. Eppure, una volta i feedback non esistevano mica. O meglio, esisteva quello del caposervizio, del direttore, dell’editore. Di chi ti pagava, insomma. L’unico a cui dover rispondere, l’unico di cui dover cercare l’approvazione. Il lettore, semplicemente, si limitava a comprare o non comprare la testata. A leggere, oppure passare avanti. Oggi, invece, c’è da sperare che la propria idea venga condivisa da Mimmo il salumiere col dottorato su Wikipedia, da Alfredo l’impiegato feticista di fake news, da Nestore il manovale complottista.
Altrimenti scatta l’insulto, la sentenza.
 Così, via social come in tv o al bar, provare a dire la propria nonostante tutto diventa un assoluto atto di coraggio. Se fossi un barista precario che sgobba per ritagliarsi un posto nella giungla del lavoro, e fossi costretto a farti andare bene tante cose che in realtà non ti stanno bene solo perché fare caffè è la tua passione, come andresti tutte le mattine al lavoro sapendo che a fine giornata avrai incassato almeno una decina di “il caffè qui fa schifo”, “cambia mestiere”, “schiavo”, “impedito”? Tutti i santi giorni.

Qual è la morale? Che c’è da imparare a stare al proprio posto, a discutere quando si può e a rimanere in silenzio quando non si può. A ritenere le proprie opinioni secondarie e per nulla necessarie. Quindi, se proprio le si volesse esprimere, sarebbe il caso di farlo con garbo e nel rispetto di chi dovrà sprecare due minuti della propria vita a leggerle. A tenere bene a mente che quando fai cadere un bicchiere dal vassoio o quando non attacchi bene la calce il popolo del web non accorre a dirti quanto tu sia inadeguato. E la prossima volta che incontri per strada un giornalista degno di questo nome, se ti riesce, togliti il cappello. Oppure puoi sempre dire a tua volta la tua, mandando curricula in giro e dimostrando di saper far meglio. Come si faceva una volta, non con 500k follower su Twitter come biglietto da visita.

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco è nato nel 1989. Laureato in di Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze dell'informazione, della comunicazione e dell'editoria nel medesimo ateneo. Dirige le testate online Cultora.it e Nazione Futura.it. È collaboratore del quotidiano Libero e del sito Sporteconomy.it, ed è stato editorialista de La Voce di Romagna. Nel 2013 ha pubblicato il libro “Nicola Bombacci. Tra Lenin e Mussolini” e l’ebook “Rita Levi Montalcini – La vita e le scoperte della più grande scienziata italiana” (entrambi editi da Historica), mentre nel 2017 sono usciti in libreria "Non chiamateli Kamikaze" (Giubilei Regnani Editore) e "Città del Messico" (Historica). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell'attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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