Perché il caso Djokovic ci riguarda

di Daniele Dell'Orco
12 Gennaio 2022


Molti mi chiedono il motivo per cui stia trattando con tanta attenzione la vicenda legata al tennista serbo Novak Djokovic. Al netto delle cialtronerie di chi mi accusa di lavorare per il governo australiano da un lato, di essere un “giustificazionista no-vax” dall’altro, la domanda è in effetti legittima. Il caso Djokovic ci riguarda.


Per l’esattezza riguarda l’interesse di tutti. Perché ho sempre sostenuto fin dall’inizio che le diverse politiche di contrasto alla pandemia fossero dei fatti culturali, e anche questa vicenda lo dimostra.
Tanti, tantissimi risvolti di questa vicenda che ha molti vinti e pochissimi vincitori ogni ora che passa sono frutto di un tossico, disumano Covid-thrilla.

Se c’è un Paese che somiglia molto all’Italia come approccio alla pandemia quello è l’Australia. Uno dei pochi in grado di battagliare con noi per quanto riguarda l’ortodossia delle politiche Zero-Covid.
Questo approccio, reiterato per due anni (!!!) ha prodotto, proprio come da noi, un clima sociale sgradevole, paranoico e capace di guardare con sospetto tanto gli arrivi internazionali quanto, talvolta, i propri vicini, amici, parenti.


Proprio come in Italia, le politiche vaccinali hanno convinto la maggior parte dei media e dei politici australiani che immunizzarsi fosse una necessità indiscutibile, con coloro che scelgono di non vaccinarsi (non c’è l’obbligo legale) passibili di stigma pubblico.
Una dinamica che stiamo imparando a conoscere molto bene e che, lì come in Italia, ha stravolto totalmente la morale pubblica basata ormai sul presupposto “vaccinato buono-non vaccinato no-buono”.

Djokovic, salutista, celiaco, maniacalmente “nature” (qualche anno fa litigò col suo coach dell’epoca, André Agassi, perché rifiutava di sottoporsi ad interventi chirurgici) ma attento al contrasto all’emergenza pandemica (ha donato 1 milione agli ospedali di Bergamo nel 2020, ha fondato una start-up farmaceutica che fa ricerca su protocolli terapeutici capaci di prevenire e curare il Covid a prescindere dal vaccino), è già di per sé no-vax, e per di più figlio di una cultura, quella dell’Europa orientale, che da due anni affronta la pandemia secondo approcci totalmente diversi rispetto ai nostri: poche restrizioni, vaccini (tutti, anche il russo e i cinesi) disponibili ma senza obbligo, nessuna chiusura generalizzata, nessun bollettino quotidiano, nessun terrorismo mediatico. Soprattutto, nessun accanimento nei confronti di chi non si vaccina.

Così Djokovic molto probabilmente non aveva idea che stesse entrando in una polveriera di indignazione confezionata e pronta ad esplodere, e per di più con il primo ministro Scott Morrison che si appresta ad affrontare una tornata elettorale imminente (altra analogia con l’Italia), contornato da mesi e mesi di offensive politiche e indignazione varia per i cosiddetti doppi standard.


Insomma, due anni di scelte draconiane hanno reso gli australiani fortemente polarizzati. Per di più, senza benefici, visto che il caso-Djokovic esplode proprio a Melbourne, la città che ha sperimentato il più lungo lockdown del mondo (262 giorni) ma evidentemente senza alcun effetto, visto che ancora teme anche il minimo aumento dei contagi, inevitabile per via dell’arrivo di Omicron.


Rinchiudere Djokovic in un hotel per richiedenti asilo, dunque, e fare tutto il necessario per convincere tutti che gli sia stato riservato un trattamento duro è diventata una necessità politica. Non sanitaria, non giudiziaria. Politica.

Ecco a cosa serve parlare del caso-Djokovic: a guardarsi allo specchio.
Ha davvero così senso alimentare campagne del terrore per mesi e mesi rovinando l’esistenza delle persone e il loro approccio alla vita pubblica (forse per sempre) e alla percezione dell’altro per il solo gusto di alimentare la caccia al no-vax?


Siamo 60 milioni, una buona fetta dei quali è già di per sé intrattabile per natura, con un tasso di analfabetismo funzionale altissimo, polarizzata e tendente al dogmatismo e all’assolutismo. In un verso o nell’altro.
Il risultato di questa follia è che i no-vax saranno sempre più no-vax, e la maggior parte degli altri saranno sempre più portati ad addossare le colpe di qualsiasi cosa a chi ha scelto di non vaccinarsi. Anche del traffico.

Il problema resta sempre lo stesso: l’approccio comunicativo.
Se Djokovic fosse vaccinato e avesse compilato (come ha fatto) male il visto di ingresso in Australia sarebbe esploso questo caos? No. Ma il punto sarebbe stato identico. La natura dell’offensiva comunicativa contro Djokovic dunque non si è mai basata sui fatti, ma sul peccato originale di essere un no-Covidvax, e quindi da attenzionare in modo maniacale.


Ecco perché il giorno del suo “arresto” il Tribunale del web aveva già emesso la sua sentenza, perché fin da subito gli è stata sventolata davanti quella che conta come una preliminare ammissione di colpa.

Se qualcuno non vuole vaccinarsi è perché ha dei dubbi. Legittimi o meno che siano.
Se quei dubbi non vengono fugati dalla scienza, dalla politica che non si assume la minima responsabilità dei propri eclatanti fallimenti, dalla comunicazione mainstream, significa che il problema non sono (solo) loro e il loro scetticismo. Ma tutto un sistema che non li aiuta, non li capisce e non li vuole capire.

È difficile riuscire a farlo?Cari amici, avete scelto voi di fare i politici, le viro-star, gli editorialisti dei giornaloni.
Potevate fare i macellai.
Che poi, di fatto, è esattamente quello che state facendo.