Il Nobel a Dylan è l’esempio del declino “pop” delle nobili arti

di Daniele Dell'Orco
13 Ottobre 2016

Nel giorno della morte di Dario Fo, Nobel per la Letteratura nel 1997, davanti a una commossa platea, i giurati dell’Accademia di Stoccolma assegnano il prestigioso riconoscimento a Bob Dylan. Già, Dylan, uno che strimpella, molto bene per carità, la chitarra, che però con la Letteratura c’entra poco o nulla. Una nomina scandalistica, diciamo così, che fa crollare ancor di più il prestigio di un premio (per lo meno quello relativo all’ambito letterario) finito in un’inarrestabile spirale “pop”. Negli ultimi anni il copione è stato sempre il medesimo:

  • trolling di 3 mesi con tanto di sbandieramento di profili di leggende della letteratura date per strafavorite, tipo il giapponese Haruki Murakami (che è un po’ il DiCaprio del Nobel), o Philip Roth;
  • accompagnamento di candidati “deboli” e outsider più o meno credibili;
  • colpo di genio finale, con scelte misteriose ricadute su nomi assolutamente fuori dai radar.

Il trend, diciamo così, iniziò con Mo Yan nel 2012, anno in cui tutti davano il premio già nelle mani di Murakami (guarda un po’). Tutto il mondo al momento dell’annuncio si chiese chi fosse questo scrittore cinese che in Italia (per esempio) era presente in libreria sì e no con due titoli. Una scelta politically correct visto il suo impegno contro il regime di Pechino. L’anno dopo fu la volta di Alice Munro, scrittrice di racconti brevi da sempre considerati espressione di una letteratura di Serie B. Poi toccò a Modiano, narratore puro quantomeno, ma anche lui completamente fuori dalla lista di papabili. Infine, lo scorso anno, ci fu spazio persino per la prosa giornalistica col premio assegnato a Svetlana Alexievich, pure lei impegnata nel prendere posizioni in merito alla crisi Russia-Ucraina.

Tutte scelte un po’ fuori logica, che arricchiscono di significato aspetti un po’ trascurati della narrativa, ma che allo stesso tempo fanno perdere d’autorevolezza il premio. La scelta di quest’anno, francamente, lo affossa. Dopo Fabio Volo piazzato in bella mostra tra i filosofi, tutti pensavamo che questo mondo moderno ci avesse mostrato il peggio del peggio. Ma è proprio quando si pensa di aver toccato il fondo che, in realtà, si resta impantanati nelle sabbie mobili. Sebbene il suono nome sia comparso nella lista dei candidati alla vittoria del Nobel da più di 15 anni, e sebbene persino un cantautore italiano, Roberto Vecchioni, sia spesso tra i candidati, fino ad oggi era sempre stata considerata una candidatura spot, più un’investitura che altro. Della serie: “Un cantautore tra i candidati aumenta già il valore della composizione musicale. Ma basta così”.

Il premio Nobel viene per definizione attribuito a illustri personaggi che hanno contribuito con le loro azioni ad apportare considerevoli benefici per l’umanità. Ecco, già questa espressione così ridondante potrebbe essere una risposta sufficiente per smontare le obiezioni dei fan di Dylan. Diciamocelo chiaramente: che Dylan e Vecchioni, come tantissimi altri cantautori, siano dei grandissimi in questo genere di pratica è fuor di dubbio. Che alcuni di loro, come Vecchioni stesso, ogni tanto scribacchino anche qualche libro (ha scritto racconti, opere per bambini due romanzi: “Il libraio di Senilunte” e “Scacco di Dio”), è altrettanto vero. Anche che i testi musicali abbiano un valore poetico è una realtà inconfutabile. Musica e poesia hanno infatti le stesse basi. Addirittura c’è chi sostiene che sia la poesia a discendere dagli antichi “canti”, però il veicolo dei messaggi è diversissimo, e quindi è anche diversa la pianificazione degli scritti. La poesia ha un ritmo narrativo, non musicale, ha una lunghezza arbitraria scandita a discrezione dell’autore, non dei ritornelli, e ha bisogno di significati evocativi che non vengono supportati dalle note musicali.
Chi riuscirebbe a comporre una canzone con “m’illumino d’immenso” come testo?

Dall’Accademia svedese c’è una palese volontà di strizzare l’occhio alle grandi masse, come se, giudicando la contemporaneità priva di narratori all’altezza dei predecessori, tanto varrebbe “reinterpretare” il significato stesso della letteratura per aprirsi ad altre manifestazioni culturali. «Ha creato una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora americana», recita la motivazione. E ha pure creato orde di fricchettoni, si potrebbe aggiungere. Gli altri candidati “forti”, lo scrittore keniota Ngũgĩ wa Thiong’o, il siriano Adonis, e gli immancabili Roth e Murakami, che dovrebbero a questo punto sentirsi delle vere nullità visto che sono state scalzate da uno che non è neppure uno scrittore, dovranno non solo rassegnarsi a rimanere a bocca asciutta a questo giro. Ma visto l’andazzo hanno poche speranze pure negli anni a venire. A questo punto perché non aprire il festival di Sanremo anche ai poeti?