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Migranti, malattie infettive e l’ignoranza consapevole delle Ong

Daniele Dell'Orco di Daniele Dell'Orco, in Attualità, del

«Più migranti, più malattie». «Gli stranieri ci regalano per lo più malattie». Il quotidiano Libero – che già in passato era finito al centro di polemiche per aver descritto gli immigrati come portatori di patologie – presentava così la notizia di un paio di mesi fa del ricovero a Napoli di una donna e del figlio neonato, originari del Bangladesh e residenti in provincia di Caserta, affetti da colera. Lo stesso fece quando una bambina di Trento, Sofia, fu ricoverata per la malaria, malattia che uccise la piccola nel giro di poche settimane.

Sebbene il codice linguistico-narrativo utilizzato dal giornate milanese possa non piacere ai più, l’ondata di critiche, insulti, richieste di interventi da parte dell’Ordine dei giornalisti fu quantomeno eccessiva. “Non ci sono evidenze scientifiche, sono fake news”, si diceva. In realtà, le evidenze scientifiche ci sono sempre state, ma era assolutamente vietato portale alla luce. Anzi, non esistendo un protocollo di profiling dei singoli migranti accolti negli ultimi anni in grado di accertare la presenza di patologie in larga parte debellate in Italia, consente di coprire il tutto sotto un’aura di ignoranza consapevole.

Già nella Germania esempio di accoglienza negli ultimi mesi il problema è diventato sempre più attuale. Il Robert Koch Institute (RKI), l’organizzazione responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive che fa parte del Ministero federale della salute tedesco, di anno in anno pubblica rapporti sempre più funesti e che non fanno che confermare l’aumento globale delle malattie soprattutto dal 2015 – l’anno in cui la Merkel “ha aperto le porte” ad un numero senza precedenti di migranti. L’ultima relazione è stata pubblicata il 12 luglio 2017 e fornisce dati sullo stato di oltre 50 malattie infettive in Germania nel 2016. Dal botulismo all’echinococcosi, dalla sifilide alla tubercolosi.

Nel giugno 2017 destò scalpore il caso di un richiedente asilo dello Yemen, affidato ad una chiesa a Bünsdorf, nella Germania settentrionale, che per evitarne l’espulsione avrebbe contagiato almeno 50 bambini di tubercolosi. In parallelo, la malattia infettiva ha scalato nuovamente la classifica delle malattie a più alto rischio di contagio. L’incidenza di epatite B è aumentata del 300% negli ultimi tre anni, tra il 2014 e il 2015 quella di morbillo ha superato il 450%, mentre dal 2015 i migranti hanno contribuito al 40% di nuovi casi di AIDS. Per quel che riguarda la tubercolosi, invece, nel 2016 sono stati riscontrati 5.915 casi a fronte del 4.488 del 2014.

Ora, alla luce della notizia del sequestro dell’Aquarius, la nave della Ong Sos Mediterranée e di Medici Senza Frontiere che avrebbe scaricato “indumenti contaminati indossati dagli extracomunicari“, ma anche scarti alimentari e rifiuti sanitari infettivi utilizzati a bordo dell’imbarcazione per assicurare l’assistenza medica ai migranti, il tabù è crollato anche in Italia. I 24mila kg di rifiuti di questo genere sono la testimonianza non solo di scioccanti violazioni, ma pure di quell’ignoranza consapevole di cui si parlava prima. Quando vengono raccolti dai barconi nel canale di Sicilia, i migranti sono portatori di patologie, che vengono trattare nell’immediato pur senza che venga comunicato. Così, una volta sbarcati, e con gli spostamenti dei singoli di cui è impossibile tener traccia, viene meno qualsiasi procedura di profilassi. In Italia, negli ultimi 10 anni, il numero di casi di TBC in persone nate all’estero è aumentato parallelamente all’incremento della loro numerosità: dal 2003 al 2012 la percentuale del numero dei casi di TBC registrati in cittadini nati all’estero è passata da circa il 37% al 58% del totale dei casi notificati.

È chiaro che non si possa considerare la patologia come ostacolo dell’accoglienza in sé, e le scene dei nostri emigrati che venivano unti col disinfettante al momento dello sbarco ad Ellis Island tenderemmo a non volerle rivedere, ma la tendenza ad occultare il tema è non solo surreale, ma persino dannosa di fronte all’evidenza dei fatti.

 

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco è nato nel 1989. Laureato in di Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze dell'informazione, della comunicazione e dell'editoria nel medesimo ateneo. Dirige le testate online Cultora.it e Nazione Futura.it. È collaboratore del quotidiano Libero e del sito Sporteconomy.it, ed è stato editorialista de La Voce di Romagna. Nel 2013 ha pubblicato il libro “Nicola Bombacci. Tra Lenin e Mussolini” e l’ebook “Rita Levi Montalcini – La vita e le scoperte della più grande scienziata italiana” (entrambi editi da Historica), mentre nel 2017 sono usciti in libreria "Non chiamateli Kamikaze" (Giubilei Regnani Editore) e "Città del Messico" (Historica). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell'attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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