Legalizzare la cannabis? Non è solo dannoso, ma anche superfluo

di Daniele Saponaro
9 Ottobre 2016

In Italia ormai ci siamo abituati al ritorno ciclico del dibattito sulla legalizzazione della cannabis. Discussione che torna talmente puntuale che forse è arrivato il momento di fare ulteriore chiarezza.

Ci tengo a precisare che chi scrive non ha nessun titolo o particolare riconoscimento nel campo medico, né tantomeno è un esperto del settore, e questo approfondimento nasce dalla voglia di informarsi su un tema che spesso, specialmente dai più giovani, è trattato con superficialità. Proprio nel lavoro di ricerca ho realizzato che negli anni è stata giocata e vinta una partita comunicativa decisiva, che ha portato chi come me difende il “proibizionismo” di queste sostanze a giocare in difesa, schiacciati da un pensiero dominante abilmente costruito dagli anni 60 in poi, attraverso personaggi prodotti dalla controcultura e portavoci di antivalori, momenti storici che hanno segnato questa società influenzandola. Proviamo brevemente a ripercorrerla cercando di spiegarvi, speriamo senza essere additati come complottisti, perché e come i movimenti a favore della legalizzazione sono stati spinti in questi anni da una vera e propria ideologia.

Uno dei primi pionieri fu Allen Ginsber, il profeta della Beat Generation. Quello beat si presenta come un movimento letterario anomalo, perché i suoi protagonisti non redigono alcun manifesto, né formulano tesi specifiche, ma si propongono di incarnarle in un nuovo “stile di vita”. Le opere scritte dagli esponenti di quella corrente non sono molte, e nella maggioranza, sono poesie e romanzi di ispirazione biografica. Nel 1960, Ginsberg viene invitato a Boston ad un simposio internazionale di psichiatria, per svolgere una relazione sulla poesia indotta dalla droga, conoscerà Timothy Leary, il profeta dell’LSD che lo coinvolge nel suo “Psilocybin Project” che conduceva all’Università di Harvard prima di esserne espulso.

A guidare, se non altro per età, i due poeti c’era William Burroughs, il protagonista forse più inventivo di quella stagione sociale, politica e culturale che spazzò via dalla letteratura e dal modo di essere di molti tradizioni e perbenismo, paesaggi tranquillizzanti e buoni sentimenti: irrompono con Burroughs il disagio della marginalità, scenari brutali, duri, descrizioni provocatorie, l’eccesso e la disperazione. La diffusione di massa delle droghe in Occidente infatti ha una data di inizio e dei precisi responsabili che si trovano nei padri fondatori di quella filosofia di vita anarchica e libertaria, ma cd. “non-violenta”, che negli anni ’50 e ’60 divenne anche movimento sociale, elaborando prima, e promuovendo poi, anche vivendoli in prima persona, quei “presupposti fondamentali” dell’accesso delle sostanze psicoattive come strumenti utili alla “liberazione” dell’umanità.

La valenza sociale dell’uso della droga per i seguaci di Burroughs era dovuto alla certezza, che “La politica, la religione, l’economia, la struttura sociale, sono basati su stati condivisi di coscienza. La causa del conflitto sociale è sempre neurologica. La cura è biochimica”. I beat, e poi gli hippy, cercarono anche altri mezzi oltre le droghe per dissolvere l’identità dell’uomo occidentale ed abbracciarono la pratica delle filosofie orientali, che rifiutano la possibilità di un Dio creatore e quindi negano l’esistenza di un creato, di una oggettiva realtà, del reale.

Queste nuove forme “non-violente” dovevano portare avanti una rivoluzione sociale, rivolta di popolo da condurre non con le armi, ma tramite una Rivoluzione culturale. Sarà proprio Burroughs a riassumere in una intervista questa tattica rivoluzionaria: “Le tecniche di guerriglia possono avere successo solo sotto alcune condizioni (…) in ogni caso nessun movimento di guerriglia può rovesciare un governo, ciò che possono fare è una specie di caos che dispone favorevolmente un cambiamento radicale”; invece secondo l’esponente Beat “ciò che è necessario è una rivoluzione culturale.

Il piano era quindi semplice e assolutamente manifestato, come scriverà nelle sue memorie Timothy Leary: “avremmo dovuto iniziare e addestrare influenti americani nell’espansione di coscienza e fu allora” scrisse Leary in una memoria, “che iniziammo a pianificare la rivoluzione psichedelica”. La rivoluzione è quindi pronta ad entrare nel vivo, sostenendo i benefici dell’LSD e cominciando a sperimentarne la somministrazione, specialmente tra i più giovani. L’attività di Leary suscita però subito grandi proteste a causa delle evidenti alterazioni sull’equilibrio mentale degli studenti sottoposti agli esperimenti. Negli anni successivi si scoprirono i reali effetti che produceva, la sostanza divenne presto illegale e il movimento psichedelico tramontò, ma purtroppo le sue istanze erano già state assorbite nel modo di vita americano più comune, e tantissimi americani molti dei quali giovanissimi ne facevano uso.

La sfida è proprio questo, evitare che si commetta di nuovo lo stesso enorme errore. Ma tornando ai protagonisti di questa rivoluzione, manca forse il più importante, perché un piano per essere attuato ha bisogno di essere finanziato. Entra quindi in scena George Soros, non a caso come abbiamo citato sopra, portavoce potentissimo ma quasi invisibile della controcultura degli ultimi anni.

All’inizio degli anni 90, quando il signor Soros è già conosciuto dall’opinione pubblica mondiale come importante finanziere internazionale, partorisce l’idea di lanciare una riedizione del Piano Marshall per aiutare le società che escono dalla triste esperienza della dittatura del proletariato. Un progetto inizialmente ricco di successi che lo porterà a dichiarare: “Ho una mia politica estera, e ora la sviluppo con più consapevolezza. Il mio obiettivo è diventare la coscienza del mondo”.

Anche questa volta l’obiettivo non è minimamente nascosto, utilizzare i mezzi a propri disposizione per influenzare la società.

E tra i messaggi principali da far passare, decide di inserire quello contro le politiche antidroga, a suo parere controproducenti per lo sviluppo della società. Soros diviene quindi il maggior finanziatore e stratega del movimento internazionale per la liberalizzazione e legalizzazione della droga: donò sei milioni di dollari al Drug Policy Foundation, quattro milioni al Lindesmith Center, tre milioni al Drug Strategies e risorse minori ad una varietà di istituzioni negli Stati Uniti e all’estero. Ma non si ferma qui, annunciò un contributo di 15 milioni di dollari a disposizione di coloro che decidevano di opporsi alla guerra della droga, unificando di fatto il movimento per la legalizzazione delle droghe e mettendosi a capo.

Per questi motivi dovrebbe essere chiaro che si tratta di un’ideologia, e se non bastassero i danni medici provocati da queste sostanze vi dovrebbe quantomeno far ragionare chi sono i pionieri di questa guerra. Una volta compreso da dove deriva questo movimentismo a favore della legalizzazione, è forse il momento di sfatare alcuni luoghi comuni, come quello dell’uso terapeutico o del paragone spesso inopportuno con l’alcool. Sugli effetti di queste sostanze invece si dovrebbe sapere già tutto, basta guardare le relazioni annuali del Dipartimento per le politiche antidroga.

Riguardo all’uso terapeutico va precisato che negli ultimi anni la ricerca scientifica ha fornito una serie di informazioni sui possibili usi medici di alcuni componenti della cannabis. Certamente la ricerca in questo campo potrà portare nuove informazioni su quali componenti della cannabis possano essere efficaci e sicure per coadiuvare il trattamento di alcune patologie o ridurre fastidiosi sintomi correlati a varie malattie (dolore, nausea, ecc.). Come è noto, questa pianta e i sui derivati contengono molte sostanze psicoattive presenti in percentuali variabili e non perfettamente costanti, alcune delle quali particolarmente attive, altre inerti, altre ancora dotate di tossicità per l’uomo. L’uso dei derivati della cannabis, sia a scopo ricreazionale che medico, è praticato da migliaia di anni. Molto probabilmente la cannabis è originaria dell’Asia e le prime evidenze archeologiche che testimoniano la sua presenza risalgono ad oltre 10 mila anni fa. Tra il 2700 e il 2000 a.C., la cannabis veniva utilizzata in Cina per trattare i dolori reumatici e altri disturbi di diversa natura, mentre in India e in America Centrale, oltre ad essere impiegata nella medicina tradizionale, essa ricopriva un importante ruolo religioso. Veniva descritta come medicinale efficace per molte indicazioni ma già se ne conoscevano gli effetti collaterali.

La dizione “uso terapeutico della cannabis” viene però spesso impropriamente utilizzata per supportare l’ipotesi che la cannabis, sotto forma di “spinello” variamente confezionato utilizzando quindi le sostanze psicoattive contenute in varia forma e quantità nella pianta lavorata, possa avere sempre e di per sé effetti “terapeutici”, assegnando quindi a questo termine un’accezione implicitamente positiva, nonché di tipo scientifico, utilizzando a supporto di questo concetto la presupposta “terapeuticità” di questa pianta nel suo complesso. In realtà nel vero senso della parola, l’uso “terapeutico” di una sostanza presuppone che siano state fatte varie ricerche scientifiche su di essa. Tali ricerche devono necessariamente partire dal presupposto che il prodotto, o la sostanza che si va a testare, sia prima di tutto stabile e definito nelle sue quantità unitarie di assunzione e nelle qualità farmacologiche oggetto dell’osservazione, sia per poterne determinare e comprendere la farmacocinetica che la farmacodinamica. Ciò non esiste, invece, per l’uso della “cannabis”, così come invece si legge spesso su alcuni articoli e pubblicazioni che promuovono l’uso indiscriminato dei prodotti derivanti dalla pianta, facendo riferimento ai suoi derivati artigianali. In altre parole, chi assume cannabis (e quindi non la sostanza attiva frutto della ricerca scientifica mediante estrazione controllata o sintesi di precisi principi attivi), assume una quantità variabile di prodotti e di concentrazioni di principi attivi che non possono essere annoverate “nell’uso medico” propriamente detto che si basa, invece, sull’utilizzo di farmaci ben studiati, precisamente definiti in quantità e componenti.

Altra prassi per cercare di scardinare la convinzione che queste sostanze facciano male è l’usanza, tipica nel nostro paese, di tendere a difendere l’utilizzo di queste droghe paragonandole all’uso che gli italiani fanno dell’alcool. Premettendo che è accertato che l’alcool rientri tra le sostanze in grado di determinare effetti nocivi sulla salute fisica e psichica dell’uomo, e nessuno oserà metterlo in dubbio, è altrettanto accertato che ciò avvenga per dosi progressivamente crescenti e in un lasso di tempo decisamente maggiore. In poche parole dell’alcool fa male l’abuso, della cannabis fa male semplicemente l’uso. La nostra non vuole essere semplicemente una miope battaglia contro la cannabis o sostanze simili, ma chiarire come ormai si tenda a rendere accettabili e passabili prodotti estremamente dannosi per il nostro organismo: pensiamo per esempio agli psicofarmaci, ormai tristemente in voga anche tra gli adolescenti e addirittura tra i bambini, se si considera che in Italia è possibile somministrare antidepressivi sin dagli otto anni. Il trattamento “chimico” ai bambini troppo vivaci sta quindi piano piano sostituendo quello naturale, una pillola è molto più semplice e meno impegnativo di una gita in campagna.

Ovviamente concentrarsi sulla lotta alle sostanze stupefacenti non significa assolutamente ignorare l’eccesso delle bevande alcoliche che si registra nelle nostre città, specie tra gli adolescenti. Ma in questo caso, e questo è un altro luogo comune da sfatare, le leggi esistono e basterebbe applicarle. Le sanzioni sono rivolte sia a chi a somministra sia al consumatore:

  • Ai sensi dell’articolo 691 c.p. è punita la somministrazione di bevande alcoliche a persona in stato di manifesta ubriachezza con l’arresto da tre mesi ad un anno.

Chiaramente la valutazione sullo stato di manifesta ubriachezza rimane molto soggettiva ma è evidente che è opportuno sospendere la somministrazione al manifestarsi dei primi sintomi; il legislatore chiarisce infatti che “la manifesta ubriachezza può essere accertata senza dover far ricorso ad accertamenti tecnici, essendo sufficiente, a tal fine, la sua immediata o diretta rilevabilità con riguardo al sintomatico comportamento tenuto dal soggetto”.

  • Ai sensi del decreto legislativo n. 507 del 1999 l’ubriachezza costituisce un illecito amministrativo punibile con sanzione amministrativa pecuniaria da 51 a 309 euro (articolo 688 codice penale).

Precedentemente lo stesso articolo prevedeva l’ipotesi di reato per l’ubriachezza, depenalizzato con il decreto sopracitato.

Appare chiaro quindi come giocare la partita a favore dell’antiproibizionismo puntando la lente d’ingrandimento sul paragone con altre sostanze legali e permesse sia del tutto controproducente: sono diverse sia le sostanze che gli effetti prodotti, è totalmente diverso il mercato dal quale vengono prodotte, non è vero che esistono vuoti normativi sulla somministrazione e l’abuso dell’alcool. Insomma francamente non riusciamo a trovare validi motivi per poter legalizzare in Italia la coltivazione, lavorazione e vendita delle droghe leggere. Siamo inoltre convinti che non sia assolutamente una priorità.

Lo Stato, soprattutto in un momento storico talmente delicato, dovrebbe sancire cosa è giusto e cosa sbagliato e incentivare le attività ricollegate al giusto: fondi per spazi giovanili ricreativi o per poli artigianali, invece di coltivare erba i nostri ragazzi facessero questo. Bisogna smascherare lo stereotipo secondo il quale la legge deve riconoscere la realtà, conformarsi all’esistente; argomentazione spesso fatta propria dagli antiproibizionisti a tutto tondo, non solo nell’ambito delle droghe leggere. In parole povere, se esistono le coppie omosessuali allora lo Stato deve riconoscere il loro status ed introdurre le unioni civili, se circa 4 milioni di italiani consumano cannabis allora la legge deve legalizzarne il consumo personale e così via. Secondo questa impostazione la legge deve essere depurata da ogni aspetto di carattere etico, morale, socio-politico. In sostanza quello che Kelsen chiamava “diritto puro”. Ma nel corso dei secoli non è mai stata questa la funzione del diritto, sin dai tempi di Aristotele la legge come strumento di regolazione sociale aveva il preciso compito di garantire l’armonia e la pacifica convivenza degli uomini, in sintesi l’ordine sociale. Non di certo conformarsi alle mode del momento corrompendo la propria funzione naturale. Di conseguenza la legalizzazione della cannabis, in base a ciò che abbiamo visto finora, non va di certo in questa direzione. Ed anzi è portatrice di uno stato di confusione e disordine generale, specialmente tra i più giovani.