Le foibe tra nuovi ritrovamenti e vecchi negazionismi

di Leonardo Tosoni
26 Agosto 2020

Più di mille corpi, riemersi dall’oblio quasi per caso, ritrovati nel fondo di due cavità carsiche prima d’ora mai visionate. Per i primi duecentocinquanta ne è stata data notizia ufficiale qualche giorno fa, da una Commissione dello Stato sloveno competente in materia di uccisioni compiute dai comunisti titini nel secondo dopoguerra. 

Gli speleologi hanno rinvenuto a Kocevski Rog, nei pressi di Novo Mesto, i resti di innocenti, dalla memoria collettiva dimenticati, anzi, eliminati: quattordici metri sotto terra anche pettini e orecchini, medagliette con immagini religiose, un rosario e quel silenzio terrorizzante. Questa notizia si aggiunge a quella giunta neanche venti giorni fa; questa volta da Jazovka, in Croazia. Qui i ritrovati sono ottocentoquattordici e la deputata triestina di Forza Italia Sandra Savino ha già presentato una interrogazione parlamentare, per verificare e determinare il numero di vittime italiane.

Premesso questo macabro, eppur doveroso conteggio, capita di ascoltare qua e là ancora oggi voci restie ad ammettere la gravità dei massacri perpetrati sul finire della seconda guerra mondiale dalle truppe di Tito, in alcuni casi con l’indegna collaborazione di partigiani italiani – poi non sempre “ricompensati” ma spesso anch’essi alla fine trucidati in quanto italiani – nei confronti di decine di migliaia di innocenti. 

Era il 2004 e il Parlamento italiano approvava la legge istitutiva del Giorno del ricordo, con pochi contrari e un fronte trasversale che da Alleanza Nazionale andava fino ai post-comunisti (Democratici di Sinistra); persino nelle scuole superiori si stava facendo strada un sentimento di rispetto e condivisione per un dramma della storia nazionale, per decenni minimizzato, faziosamente giustificato quando non addirittura completamente negato. 

Anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, tra i massimi esponenti del Pci, si trovò ad ammettere che per “cecità ideologica” l’Italia si era rifiutata di fare i conti con quella storia tragica, scaturita “da un moto di odio e furia sanguinaria e da un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”. 

Oggi, in un clima sempre più arroventato dalla strumentalizzazione politica della storia, tornano velatamente in auge teorie giustificazioniste che lasciano intendere tristi negazionismi. In troppe città italiane a inizio anno, amministrazioni guidate dal Pd hanno bocciato la proposta di intitolare una via, un giardino o una piazza a Norma Cossetto; molti – non tutti per fortuna – istituti regionali di ricerca storica della resistenza, legati all’Anpi, sembrano voler tentare di dar credito a quella corrente minoritaria della storiografia, composta perlopiù da ex brigatisti, estremisti extraparlamentari, nostalgici titini del confine orientale, protesa a far passare il messaggio che furono le politiche assimilazioniste del fascismo prima, e le violenze nazifasciste poi, a generare la reazione di Tito e lo sterminio degli italiani nelle Foibe. 

Prescindendo completamente dalla storia del confine orientale d’Italia, e prescindendo dalla conoscenza del comunismo razzista di Tito, questi estremisti tentano di far passare lo sterminio di decine di migliaia di italiani quasi come una comprensibile reazione jugoslava. Gli storici di ogni orientamento politico – Raul Pupo ne è un esempio lampante – hanno chiaramente sconfessato questo orientamento, e proprio grazie a questi lavori d’archivio il Parlamento era giunto all’approvazione della legge n. 93 del 30 marzo 2004. Ma la politica a volte segue il fare del gambero e di fronte al pericolo – la perdita del consenso – torna indietro; nella specie regredisce fuori misura.

Tragicamente minimizzato sembra infatti negli ultimi tempi anche l’elemento dell’Esodo della popolazione giuliano-dalmata: quei 300.000 italiani – anche donne, anziani, bambini – che dovettero lasciare la propria terra natìa, la propria casa, i propri beni, spesso a piedi, affrontando il gelo e la fame. 

Non se ne parla, ed è paradossale che a insabbiare questa storia siano gli stessi del #restiamoumani, quelli che oggi predicano un’accoglienza indiscriminata verso chi è condotto in Europa per essere sfruttato, e che soltanto ieri scrivevano sull’Unità – era il 30 novembre 1946 – “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città…Non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già scarsi”.

Il triste epilogo di questa vicenda è anche sottolineato dal fatto che il governo non sembra aver dato finora una grande rilevanza a queste due recenti notizie, nonostante l’apprezzabile gesto delle istituzioni slovene verso una decisa presa di posizione di condanna inappellabile della drammatica vicenda delle Foibe.

Le continue ricerce lasciano presagire altri ritrovamenti, altre storie da sottrarre all’oblio, alla violenza abominevole intrinseca nella negazione di fatti storici come questo. Di fronte alla tracotanza di chi vorrebbe negare la storia, si alza ancora il grido di quei martiri torturati, uccisi e gettati sotto terra: “non dimenticateci!”.