Le agenzie di progressisti che danno il rating ai tuoi post su Facebook

di Daniele Dell'Orco
28 Gennaio 2019

Parlando della libertà di informazione, confronto e penetrazione delle notizie concessa dal web e dai social network si finisce spesso per scadere in una sorta di sindrome di Alice nel paese delle meraviglie. Tutti gli spazi di condivisione online sono in realtà governati da logiche di tipo tecnico, e di tipo ideologico, che favoriscono o penalizzano la diffusione di determinati contenuti. Per ottimizzare l’esperienza di fruizione degli utenti, i colossi dell’informatica elaborano di continuo nuovi algoritmi, intelligenze artificiali che dovrebbero gerarchizzare le notizie o i contenuti in base alle peculiarità e gli interessi dei singoli. Ma anche, è impossibile negarlo, in base alla convenienza. L’utente, completamente profilato per sua stessa volontà, viene inserito in un ingranaggio tale per cui sarà più facile esporlo o nasconderlo a seconda dei contesto: commerciale, informativo o sociale.

Per ingaggiare la lotta alle cosiddette fake-news, l’algoritmo di Facebook viene ultimamente influenzato da altre componenti, del tutto nuove. Le pagine, più che i profili, con i relativi contenuti, vengono valutate da agenzie di “fact-checker” indipendenti e ricevono un rating in base alla veridicità di quanto pubblicano. Un servizio davvero utile, se non fosse che da grandi poteri derivino responsabilità così grandi da non riuscire più a distinguere il limite tra luce ed oscurità.

Il rating viene assegnato in base a 9 diverse casistiche, che aumentano o restringono la portata dei post: possono essere “veri”, “falsi”, “misti”, “veri con titoli falsi”, “non idonei-difficili da verificare”, “non ancora valutati”, “satirici”, “bufale” o “opinioni”.

Ora, se nella verifica della veridicità storica, politica, fattuale delle notizie o dei post ci si possa affidare a degli esperti (anche se non si sa quanto esperti) dell’informazione, è altresì vero che i social nascono e prosperano anche come fonti di contro-informazione. E siccome molto spesso accade che non esistano verità oggettive, permettere la libera fruizione di informazione e contro-informazione fa parte della natura stessa di una piattaforma di confronto. In questo caso, invece, è legittimo pensare che il “controllore” possa a sua volta essere “controllato”, e abbia dunque più o meno interesse ad etichettare in un modo o nell’altro notizie difformi da determinate linee guida. Ma questo non le rende automaticamente false.

La seconda osservazione da fare, ben più inquietante, riguarda la sfera delle “opinioni”. La responsabilità civile e penale di ognuna di esse ricade, com’è giusto che sia, sul singolo che la esprime, pur essendo libero di esprimerla in base all’art. 21 della Costituzione. Non è affatto tipico di uno stato liberale, democratico e di diritto favorire o penalizzare le opinioni dei singoli in base a criteri stabiliti a tavolino da un Grande Fratello onnisciente, a meno che queste non diventino reati, e non richiedano l’intervento di autorità giudiziarie.

E poi, chi sarebbe questo Grande Fratello? Sarà un’entità astratta o avrà anch’esso a sua volta delle opinioni in base alle quali potrà giudicare conformi o difformi quelle degli altri? La necessità di combattere la circolazione di bufale e fake news da parte di Facebook nasce nel 2016, all’indomani delle elezioni presidenziali USA del 2016, fortemente caratterizzate dalla circolazione di e storie del tutto inventate che avrebbero favorito la vittoria di Donald Trump e che sarebbero addirittura state manipolate dagli hacker russi (ancora tutto da dimostrare). Ebbene, da allora Facebook ha deciso di affidarsi a una quarantina di piattaforme di fact-checking specializzate in tutto il mondo, compresi grandi nomi come Associated Press, PolitiFact e Weekly Standard e, l’opinione sulla loro efficacia è ovviamente diversa. Se circolazione e incidenza delle notizie false sarebbero in declino, la fiducia di molti di loro nei confronti di Facebook sembrerebbe essersi ridimensionata. 

I casi di possibili conflitti di interesse, infatti, sono piuttosto ovvi da immaginare. Per dirne uno, il colosso di Zuckerberg è quotato in borsa, e ha tutto l’interesse ad esempio a far sì che notizie, opinioni o commenti dei suoi detrattori circolino meno possibile sulla sua stessa piattaforma. A quanto sembra, infatti, il board di Facebook avrebbe anche pagato dietro diretta indicazione della direttrice generale Sheryl Sandberg una società di comunicazione di Washington, Definers, per screditare i contestatori della piattaforma associandoli al finanziere George Soros. Per dire.

Ma anche le stesse agenzie esterne, in teoria del tutto indipendenti, hanno in realtà a loro volta opinioni, finanziamenti, sostegni o influenze esterne. Volenti o nolenti, ovviamente. Pagella Politica, ad esempio, è l’unica piattaforma italiana coinvolta in questo genere di programma nonché unica firmataria tricolore del codice etico dell’International Fact-Checking Network. Nessuno dei soci fondatori o membri di Pagella Politica può essere iscritto a partiti politici o movimenti, e le commissioni e i finanziamenti che ricevono devono essere resi del tutto trasparenti. Nei limiti del possibile. Fra i principali clienti elencati sul sito figurano infatti, oltre a Facebook, Agi e EastWest, anche la Rai, che non è affatto indipendente, poiché controllata dai partiti che esprimono un governo. Pagella Politica peraltro, tra i vari servizi per la tv pubblica, ha contribuito attivamente al debunking e fact-checking di programmi come Virus, condotto da Nicola Porro e cancellato nel 2016, pare, per decisione politica.

Per dire che, pur essendo l’agenzia più professionale del mondo, con committenti come la Rai è difficile non rimanere vittime (quando le opinioni divergono) o carnefici (quando convergono) di logiche politiche. Ma ancor più nello specifico, i soci di questa società a Responsabilità Limitata Semplificata sono 10: Pietro Curatolo, Daniele De Bernardin, Federica Fusi, Giorgio Gagnor, Amerigo Lombardi, Alexios Mantzarlis, Flavia Mi, Andrea Saviolo, Silvia Sommariva e Carlo Starace. 

Il loro modus operandi è descritto sul sito ufficiale come una sequenza precisa di azioni che dovrebbe rendere trasparente il meccanismo di verifica: «Raccogliamo le nostre dichiarazioni grazie a un sistema interno al sito, […] scegliamo esclusivamente le dichiarazioni che si basano su fatti o numeri verificabili, […] citiamo la dichiarazione esattamente come viene riportata dalla fonte, […] citiamo sempre le fonti dei dati sui quali basiamo le nostre valutazioni». L’interesse primario è quello di verificare la veridicità delle singole dichiarazioni dei politici, quasi impossibile da attuare prima della partnership con Facebook (che permette di aumentare a dismisura il numero delle verifiche). Ma questa stessa partnership si presume non ponga sotto la lente d’ingrandimento solo i politici, altrimenti sarebbe difficile immaginare come si possa riuscire a contrastare la proliferazione di contenitori di bufale, o l’influenza di forze esterne come i profili controllati dagli hacker russi etc.

E qui viene il bello. Perché stante la convinzione che i 10 fondatori di Pagella Politica, come anche le migliaia di altri membri delle agenzie di fact-checking, siano tutti illuminati, competenti e deontologicamente impeccabili, qualche dubbio sulle potenziali derive di un meccanismo del genere può sorgere. Ed è già sorto proprio nel caso “Facebook vs Soros”. Basta infatti googlare alcuni di questi nomi per vedere i legami tra la piattaforma FactCheckinhEU, fondata a sua volta da alcuni degli ideatori di Pagella Politica, e la fondazione Stiftung Mercator, che tra le sue mission pubblicate sul sito ha “favorire l’integrazione”, “rafforzare la capacità d’azione dell’Europa”, “combattere i cambiamenti climatici”, “sostenere bambini di famiglie in difficoltà, specialmente immigrate”. Oppure ancora basta digitare gli stessi nomi su Facebook per farsi qualche risata. Perché sì, anche i membri di Pagella Politica hanno i social. Anche loro li utilizzano. E anche loro diffondono, condividono e rilanciano notizie (verificate?) e opinioni. Come quelle anti Trump, pro accoglienza e pro gender equality.

Chi vigila sulle nostre opinioni potrebbe in buona sostanza non avere tutto l’interesse, personale o professionale, a far sì che circolino. E, paradosso dei paradossi, Dio solo sa quale possa essere il rating assegnato dalle agenzie di fact-checking ad un articolo che parla delle agenzie di fact-checking.