L’alcolista olandese che per battere la dipendenza ha scelto l’eutanasia

di Daniele Dell'Orco
10 Dicembre 2016

Il complesso d’inferiorità intrinseco nella natura del popolo italiano porta spesso i benpensanti affetti dalla sindrome di Calimero a guardare le legislazioni estere per fare un paragone con quella nostrana, e a sentir loro c’è praticamente sempre qualcosa da importare. Una esterofilia diventata ormai parte integrante della nostra società, riassumibile con la massima: “Siamo nel 2016 e ancora siamo fermi all’età della pietra. In Olanda queste leggi ci sono da vent’anni”. Ora, posto che prima o poi qualcuno spiegherà il motivo per cui all’anno del Signore 2016 dovrebbe automaticamente corrispondere la deadline per sovvertire tutti i principi etici e morali che da due millenni caratterizzano il nostro emisfero, ma ciò detto resta un certo scetticismo nel prendere come guida dell’Occidente una nazione in cui in effetti tutto è possibile, e in cui vi è un superamento dei concetti di “etica” e di “legge” che raggiunge facilmente il paradosso.

Nel paese dei balocchi dei progressisti, ad esempio, dal 1 aprile del 2000 (un’era geologica fa) vige una legge sull’eutanasia e sul suicidio assistito a cui ricorrono ogni anno più di 5500 persone per porre medicalmente fine alla propria esistenza, atto non perseguibile se il medico curante agisce in base ai criteri di diligenza. Deve trattarsi in sostanza di una “richiesta consapevole, incondizionata e ben ponderata da parte del paziente”. Alla base deve sempre esserci una sofferenza insopportabile, senza alcuna speranza di miglioramento. L’associazione olandese per la cessazione volontaria della vita (Nwe) fornisce addirittura un formulario prestampato per richiedere l’eutanasia, a cui nessun medico è obbligato a dar seguito, ma dovrà sempre comunicare un decesso non naturale alla Commissione regionale di controllo dell’eutanasia che verificherà se siano state rispettate le condizioni di accuratezza.

Quando la legge lascia così tante incognite e così tante considerazioni alla sensibilità del singolo, tuttavia, non è legge. Non regola nulla. E può capitare, infatti, che Mark Langedijk, 41enne in lotta da 8 anni contro la sua dipendenza dall’alcol, il 14 luglio 2016 abbia potuto decidere di ricorrere alla “dolce morte” per alleviare tutte le sue pene. Un chiaro episodio di eutanasia “slegata” da condizioni mediche terminali.

Mark scelse di trascorrere il suo ultimo giorno di vita con la famiglia. A raccontare i suoi ultimi istanti di vita è stato il fratello Marcel, che ne ha scritto sul magazine olandese Linda, poi ripreso dal The Independent: “Il giorno in cui mio fratello decise di morire l’aveva trascorso in compagnia della famiglia, mangiando sandwich, bevendo birra e raccontando barzellette. Poi arrivò il medico che ci spiegò la procedura e condusse Mark a letto, confortandolo e suggerendogli di mantenere la calma. A quel punto tutti iniziammo a piangere, compreso Mark. Ci siamo promessi che ci saremmo rivisti. Dopo un sospiro lunghissimo, il medico ha iniziato la sua procedura iniettando la sostanza. Ho visto il volto di Mark perdere il suo colore naturale. Era morto”.

Soprassedendo sulla natura dell’ultimo pasto (birra in punto di morte? Per un alcolista? Non è uno schiaffo alla vita?), resta il nocciolo della questione: una dipendenza del genere è sufficiente per giustificare il ricorso all’eutanasia? “Ero particolarmente arrabbiato con lui – prosegue il racconto di Marcel -. Abbiamo fatto di tutto per aiutarlo a uscire fuori da questa dipendenza, soprattutto i miei genitori. Loro hanno continuato a credere in un lieto fine, nonostante gli otto anni di dipendenza e il lungo periodo di riabilitazione da un’ospedale all’altro”. A chi gli fa notare che forse casi del genere avrebbero semplicemente richiesto un sostegno specifico, un’assistenza seria ad opera di persone in grado di gestire e trattare il paziente come merita per uscire dalla sua patologia, Marcel ribatte: “Si possono chiudere gli occhi e continuare a ripetere dentro se stessi che tutto può essere curabile, ma rimane il fatto che non tutto lo è. Io sono contento che mio fratello non si sia suicidato sotto un treno o abbia vissuto qualche anno in più in agonia, prima di morire comunque alcolizzato. Anche l’alcolismo e la depressione sono malattie, come il cancro, e le persone che ne soffrono hanno bisogno di un modo umano per venirne fuori”.

Il modo umano in questo caso sarebbe un’iniezione letale di fronte ai propri familiari a soli 41 anni. Il modo umano sarebbe equiparare il male del Secolo, il cancro, fonte di atroci sofferenze e di un senso di impotenza da parte del paziente e dei suoi cari che spesso fa sentire come un “morto che cammina” chi ne è affetto, a una dipendenza creata dal soggetto stesso. I malati di cancro, invece, provano a lottare come possono contro un nemico più grande della società che è riuscita ad andare sulla Luna. Il campanello d’allarme è servito: l’alcolismo e la depressione sono malattie come il cancro? Quanti morti dovrebbero esserci allora tutti i giorni in Occidente? Il disprezzo per la vita è davvero arrivato al punto tale da non saper riconoscere un male spesso incurabile con delle patologie che derivano dalla semplice debolezza umana? In questo senso la dolce morte somiglia molto a un’estremizzazione del concetto di selezione naturale, dacché a un’incapacità di fondo di lottare contro se stessi si sceglie di non lottare affatto. Eppure, a sentir molti, dall’Olanda ci sarebbe da prendere esempio.