La responsabilità civile e morale di Michela Murgia

di Daniele Dell'Orco
28 Novembre 2018

Se sia nato prima l’uovo o la gallina è materia per scienziati. Allo stesso modo, diventa difficile capire se sia iniziata prima la diaspora di elettori di centrosinistra o l’ascesa dei personaggi improbabili che ne hanno di certo accentuato la caduta. Il succo del ragionamento, però, non cambia. Dal momento in cui la sinistra si è scoperta fragile, incapace di rappresentare le istanze del popolo, svilita nell’identità, gli sciacalli hanno iniziato la loro marcia trionfale verso il successo personalistico.

Che la sinistra abbia bisogno di eroi è cosa nota. Il problema è che il mondo progressista non riesce a riconoscerli. E se anzi gli si palesasse sotto il naso un comandante politico in caso di raccogliere il testimone dei Gramsci, Togliatti e Berlinguer probabilmente non se ne accorgerebbe nemmeno, tanto è impegnato a ingurgitare i cucchiai di follia che gli propinano un tanto al giorno come sciroppo per la tosse i vari Christian Raimo, Saverio Tommasi, Chef Rubio, Asia Argento, Oliviero Toscani, Michela Murgia. Persino Gennaro Gattuso o il “bambino con la maglietta rossa”, a loro insaputa, sono diventati esempio di dissenso antigovernativo.

Si tratta di una pletora di signori che pur privi di qualsiasi background politico e ideologico lanciano dei messaggi scandalistici per rendere appena più duraturi i loro 15 minuti di gloria. Come i condor, hanno annusato l’odore del corpo che diventa carcassa, e son pronti all’abbuffata.

Se il prof. romano “esperto di San Lorenzo” si dice sconvolto che tra i candidati alla segreteria Pd ci siano i “soliti” maschi, bianchi, di mezza età, eterosessuali, la pseudoscrittrice Sarda va oltre, e tra le campagne di geniale marketing come il “fascistometro”, si è lasciata andare sui social ad un’analisi antropologica di spessore:

“Nascere maschi in un sistema patriarcale e maschilista è un po’ come essere figli maschi di un boss mafioso. Non sai nemmeno cosa sia la mafia, ma da quel momento tutto quello che mangerai, berrai, vestirai verrà dall’attività mafiosa. È colpa tua se sei nato in casa di un mafioso? Ovviamente no. Non sei tu il capomafia, non hai fondato tu la cosca, non hai murato bambini nei piloni, non hai ucciso giudici con l’esplosivo, non spacci droga e non chiedi il pizzo a nessuno. Però vivi lì e se hai occhi e orecchie da un certo punto in poi non potrai più dire: non sapevo con chi stavo vivendo”.

Ora, si tratta di prese di posizione certamente d’impatto. Ma che non tengono conto del fatto che al di là del loro ormai ristretto fan club di persone che vivono soprattutto sul web e che sono state abituate a vedere dappertutto razzismo, fascismo, maschilismo e xenofobia, non hanno ricadute pratiche nell’agenda politica nemmeno quando a scriverla dovrebbero essere i rappresentanti di quel tipo di mondo. E l’ha ampiamente dimostrato il caso dello ius soli.

È guerrilla marketing, che serve a portare acqua al mulino dei singoli, capaci di picconare un’identità intera pur di ottenere qualche minimo balzello in avanti nella scala sociale. Che poi Michela Murgia il suo fascistometro l’abbia pubblicato su un libro edito da Einaudi (di proprietà di Berlusconi) passa in secondo piano rispetto al fatto che sia diventato virale sui siti del gruppo L’Espresso. Il problema dello scandalismo, però, è che dura poco. E anzi, si rivela utile per monetizzare nel breve, ma allo stesso tempo contribuisce ad acuire una crisi del fronte progressista che si sconta poi nelle cabine elettorali.

Agli arrampicatori sociali de’ noantri interesserà di sicuro poco o nulla, ma certo quelli che dovrebbero essere i depositari delle battaglie sociali e civili di politici e intellettuali del Novecento che in confronto a loro sono dei Golem, almeno un flebile accenno di responsabilità morale dovrebbero pur sentirla. Chi sta dall’altra parte, invece, non può che continuare a ringraziare.