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La pessima abitudine dell’estate senza mondiale

Daniele Saponaro di Daniele Saponaro, in Attualità, del

Quando tra qualche decennio sfoglieremo l’immenso libro della storia italiana troveremo una pagina bianca, presumibilmente dopo il paragrafo sul populismo e prima di quello sulla nascita della terza Repubblica. Una paginetta per carità, niente a che vedere con le centinaia di enormi capitoli che hanno costruito e formato il nostro Paese, però sarà completamente vuota solamente con in alto a destra la data, quella dell’estate 2018.

Nessuno potrà mai scriverci nulla perché non ci saranno momenti da ricordare, vittorie da celebrare o sconfitte da mandare giù, ma soprattutto non ci saranno emozioni da poter descrivere, semplicemente uno stato d’angoscia costante lungo un mese. Così ci ricorderemo i mondiali in Russia.

Ad un occhio superficiale o forse troppo sofisticato sembrerà un’esagerazione inserire un evento sportivo tra gli avvenimenti della storia di un Paese, la classica dimostrazione di una mediocrità tutta nostrana; ma ci sarebbe da riflettere su quante abitudini, che forse sarebbe più corretto menzionare come tradizioni, ci sono mancate in queste lunghissime quattro settimane.

Prima di tutto ci è mancato stare insieme. Il primo ricordo che ognuno di noi ha della partita della nazionale di calcio è sicuramente il tavolo da pranzo, o il tavolino davanti al divano, preparato meticolosamente da genitori e nonni per soddisfare le esigenze di tutta la famiglia; patatine, bibite e gelati per i più piccoli, e “birra ghiacciata e frittatona di cipolla” per i più grandi, stereotipo fantozziano che con grande orgoglio non abbiamo mai nascosto. Crescendo cambiavano le compagnie, ma non la voglia di condividere con qualcuno quel momento. Da genitori e nonni si passa ad amici e fidanzate, con interminabili pre partita conditi da improbabili pronostici e da infiniti tentativi di spiegare alle donne presenti il fuorigioco (chissà quest’anno quanto ci saremmo potuti divertire con il VAR); l’esultanza per un gol diventa molto più irruenta, saltando addosso a persone che neanche conosci, ma che ormai ricorderai per sempre e richiamerai senza dubbio dopo quattro anni. Sommersi dagli abbracci sotto mucchi brutali e primitivi ci sono ragazzi e ragazze che magari il calcio non lo seguono, che non conoscono neanche i nomi dei giocatori, che non sanno minimante contro chi gioca la nazionale, ma che interrompono qualsiasi cosa stessero facendo per ritrovarsi tutti insieme uno accanto all’altro a cantare l’Inno.

Poi ci è mancato il punto di riferimento cronologico, quello in grado di ricondurti con un solo fermo immagine a un determinato periodo. Io per esempio conosco ormai quasi a memoria le vacanze dei miei genitori del 1970, me le hanno raccontate decine di volte, e ogni volta la narrazione partiva con “pensa, era l’estate di Italia-Germania 4-3…”.  Così come ricordo ancora per filo e per segno l’esame di maturità dei miei amici che si diplomarono il 10 luglio 2006, il giorno dopo il rigore di Grosso a Berlino. Poi ci sta chi si è innamorato della donna della sua vita mentre inveivano insieme contro l’arbitro Moreno nel 2002, chi si è sposato durante il mondiale delle vuvuzela nel 2010, e chi ancora ha avuto un figlio durante Brasile 2014. Insomma in presenza di eventi del genere sono loro a scandire la calendarizzazione dei ricordi. Per noi maschietti il discorso è ancora più meticoloso, per noi questo torneo non finisce mai. Alzi la mano la chi cambia canale quando trova la replica di Italia-Ghana del 2006, in qualsiasi giorno o momento dell’anno. C’è chi, più difficile da ammettere ma siamo in tantissimi, ricollega l’anno di nascita della ragazza con cui sta uscendo a quella particolare edizione, criterio fondamentale per capire se la relazione partirà o meno con il piede giusto.

Ma ci è mancato soprattutto il terzo punto, l’elemento generazionale. Chi è venuto al mondo negli anni 60 ha avuto l’apoteosi dell’82, noi nati negli anni 80 abbiamo avuto la nostra notte nel 2006, ai ragazzi del nuovo millennio si sta facendo un torto enorme, nel periodo peggiore, quello in cui ci sarebbe più bisogno di riempire strade e piazze con i tricolori.

Ovviamente nessuno si permetterebbe mai di dire che sarebbe potuto essere un pallone a tirarci fuori da questa crisi che ormai ci accompagna da dieci anni e a risollevarci da questo stato di insicurezza nel quale versiamo da tempo, ma sarebbe servito come pretesto per sentirsi ancora orgogliosamente parte di qualcosa. I giovani di oggi hanno bisogno proprio di una scossa, in un’epoca in cui l’appartenenza alla propria terra sembra quasi fuori luogo, ritrovarsi in piazza insieme a milioni di tuoi connazionali avrebbe indubbiamente scaldato gli animi. I successi sportivi hanno sempre avuto questo effetto per un semplicissimo motivo: sono emozioni dirette a tutto il popolo e per sentirti parte di quelle vittorie devi avere l’unico semplice ma grande requisito di essere italiano, con la consapevolezza che è proprio quel sangue che ti scorre nelle vene a consentirti di appropriarti di quel trionfo.

Questo disputato in Russia è finalmente finito, in maniera decisamente agonizzante. Poco importa chi ha vinto; l’Italia sta proprio tra la Francia e la Croazia e storicamente non siamo mai andati d’accordo né con gli uni né con gli altri, quindi diventava anche difficile scegliere chi tifare. Anzi, prima che tutto torni ad essere com’era ci toccherà comunque aspettare, tanto purtroppo. Già perché ci toglieranno tutto questo anche nell’estate che vivremo tra quattro anni, perché il torneo si disputerà d’inverno, e francamente girare per le strade con guanti e sciarpa in mezzo alle bancarelle natalizie smorza e non poco il tradizionale entusiasmo che ci ha accompagna quadriennalmente a Giugno e Luglio.

Per ritornare a viversi queste partite in costume e occhiali da sole bisognerà aspettare il 2026 quindi. Per quella data i ragazzi del 2000 saranno ancora in tempo per godersi il momento appieno, sperando di trovare nel frattempo altri stimoli, magari più importanti, per riscoprire il loro senso d’identità. Con la speranza però che anche loro abbiano la loro gioia mondiale, perché non c’è italiano che non ne abbia avuta una; tramandare i racconti di quelli notti di generazione in generazione fa parte della nostra tradizione popolare, e non a caso è stato spunto di decine di pellicole che conosciamo ormai a memoria.

Riguardo a noi trentenni, quelli della notte di Berlino del 2006, probabilmente saremo padri tra otto anni e passeremo quelle giornate ad annoiare i nostri figli raccontandogli che a distanza di decenni ricordiamo ancora benissimo chi avevamo accanto in quella sorta di accampamento che era diventato il terrazza di casa mia, cosa facemmo quella notte e quali canzoni risuonavano nella nostra testa; soprattutto gli spiegheremo perché da quel 9 luglio 2006 non ci siamo mai più guardati questa competizione con una compagnia diversa.

Vedrete che lo capiranno anche i nostri figli, e poi ancora i nostri nipoti, quanto è bella l’estate dei mondiali.

Daniele Saponaro

Daniele Saponaro

Daniele Saponaro, romano di 30 anni. Comincia giovanissimo l'attività politica, diventando a 20 anni dirigente provinciale di Azione Giovani, movimento giovanile di Alleanza Nazionale. Nel 2013, insieme agli altri membri dell'esecutivo, partecipa alla fondazione e alla costituzione di Gioventù Nazionale, organizzazione giovanile del neonato Fratelli d'Italia, diventando il segretario romano del movimento, carica che ricopre attualmente. Parallelamente all'attività politica, inizia la sua carriera professionale collaborando con la Niaf, l'associazione degli italiani in America, dove sta a stretto contatto con le imprese connazionali interessate ad avviare attività oltreoceano. Questa esperienza lo porterà poi all'Anpit, associazione di imprenditori impegnata nella contrattazione collettiva e i servizi alle aziende, della quale è il presidente a Roma dal 2015.

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