La figlia decide di cambiare sesso, il papà deve mantenerla per 3 anni
13 Marzo 2018
La storia è questa: una ventisettenne decide di adeguare i propri caratteri sessuali per diventare un maschietto. Un iter che dura ben tre anni e durante il quale ha diritto a beneficiare di un assegno di mantenimento da parte del padre. Poi l’iter finisce, i cromosomi cambiano, la ragazza diventato ragazzo acquisisce una certa indipendenza economica e pretende comunque di dover ricevere l’assegno mensile? Al compimento del trentesimo anno di età del figlio, però, il padre si è stancato di mantenerlo e la Cassazione gli ha dato ragione: tre anni, dopo la «rivoluzione» anagrafica, sono sufficienti per vivere nei nuovi «panni» e trovarsi un lavoro.
Così la Suprema Corte, tenendo conto del periodo di adattamento psicologico e sociale necessario a chi passa da un sesso a un altro e deve «prendere le misure» alla nuova vita, ha prima ritenuto congruo l’assegno di 400 euro al mese versato per tre anni dal papà alla figlia per consentirle il «rodaggio» nella sua nuova realtà. Poi però ha rigettato il ricorso della giovane contro la decisione dei giudici d’appello di Roma che avevano riconosciuto il diritto a “ricevere un assegno (incrementato in primo grado, ndr) di 400 euro dal padre fino all’agosto 2016”. Data cioè, della fine del processo di “adeguamento di identità”.
Nel periodo antecedente a quella data, infatti, i magistrati avevano ritenuto che la situazione di dipendenza economica del figlio non fosse dovuta a “inescusabile trascuratezza”, ma alle “difficoltà psicologiche, esistenziali e sanitarie connesse al percorso intrapreso” per cambiare sesso.
La Cassazione ha allora condiviso le conclusioni della Corte d’appello perché, come viene spiegato nell’ordinanza, ha riconosciuto “una situazione di vulnerabilità e di difficoltà psicologica e relazionale legata al difficile processo di adeguamento della propria identità di genere con evidenti conseguenze sull’inserimento sociale e nel mondo del lavoro e quindi nella acquisizione di una posizione di indipendenza economica”. Tuttavia, i giudici di piazza Cavour hanno concluso che, dopo tre anni, “la considerevole distanza temporale dalla conclusione di questo processo sottrae, in difetto di prove contrarie, il richiedente alla pregressa situazione di difficoltà”.