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Intelligenza artificiale: una minaccia o un’opportunità?

Daniele Saponaro di Daniele Saponaro, in Attualità, del

Se ne parla ormai da qualche anno, e sarà sicuramente uno dei dibattiti centrali su cui si confronteranno nell’imminente futuro la scienza, la società civile e la politica: l’intelligenza artificiale.
Un tema trasversale, capace di coinvolgere ogni aspetto del sistema di un Paese, da quello economico a quello giuridico, da quello etico a quello politico, proviamo a fare un po’ di ordine affrontando la questione sotto ogni punto di vista.
Va chiarito innanzitutto di cosa stiamo parlando, e dell’influenza che avrà nelle nostre vite da qui ai prossimi anni.
“L’intelligenza artificiale è una disciplina appartenente all’informatica che studia i fondamenti teorici, le metodologie e le tecniche che consentono la progettazione di sistemi hardware e sistemi di programmi software capaci di fornire all’elaboratore elettronico prestazioni che, a un osservatore comune, sembrerebbero essere di pertinenza esclusiva dell’intelligenza umana.” Questa la definizione “tradizionale” che possiamo trovare più o meno ovunque nei libri o nei motori di ricerca.
Ma in sostanza cosa significa? In maniera decisamente meno tecnica e più profana possiamo affermare senza troppa titubanza che l’intelligenza artificiale mette nelle condizioni una macchina di occuparsi di mansioni e di lavori che nell’immaginario collettivo sono di competenza dell’uomo.

Non bisogna essere degli esperti del settore per comprendere che tutto questo ha ovviamente diversi punti a favore ma altrettanto contro, ma soprattutto che l’avvento dell’intelligenze artificiali nella nostra quotidianità comporterebbe senz’altro una vera e propria rivoluzione.
Pensate alla didattica nelle scuole, tra qualche anno potremmo trovarci con intere classi di studenti liceali e universitari non più intenti ad apprendere come realizzare una determinata cosa, ma bensì impegnati a programmare macchine che realizzino quel prodotto.
Semplificando anche questo concetto, non avremo più chi costruisce mobili ma chi programma dispositivi che si occuperanno di costruirli. Tutto questo ovviamente comporterà una drastica riduzione del costo del lavoro a vantaggio di una sempre maggiore produttività, ma l’altra faccia della medaglia mostra invece il dramma di numerosi lavoratori (dall’artigianato ai trasporti passando per l’edilizia) senza più un’occupazione.

Va sottolineato però come, mentre noi stiamo ancora cercando di capire se guardare a questa nuova tecnologia con diffidenza o meno, il cambiamento stia viaggiando come al solito più veloce di noi. Sono infatti già tanti i paesi in cui l’Artificial Intelligence è presente in maniera massiccia in settori fondamentali come economia e sicurezza, e le nazioni che non sapranno cogliere le opportunità di questa nuova rivoluzione rischieranno di perder “un treno” fondamentale.
Posizione quest’ultima fortemente sostenuta, tra i tanti, da Yann LeCun, secondo il quale passeranno ancora diversi anni prima di riuscire a trasformare la fantascienza in realtà, garantendo che l’intelligenza artificiale non va immaginata così come proiettata nei film e soprattutto che non sarà mai in mano ad un solo gruppo ma sarà pubblica.
LeCun è oggi il direttore delle ricerche sull’Intelligenza artificiale di Facebook, ed è perfettamente cosciente di come oggi l’ IA sia già fortemente presente nella vita di tutti i giorni: sui computer con i motori di ricerca, sui telefoni con siri e i vari navigatori, aiutandoci ad organizzare più facilmente le nostre giornate, trovare il percorso migliore da casa all’aeroporto, cercare velocemente una particolare notizia o nozione, a tradurre testi. Ma è anche presente in ambiti molto più delicati della società, come per esempio nel campo medico dove la vista cibernetica identifica malattie e tumori agli stadi iniziali.

C’è chi invece vede nell’intelligenza artificiale addirittura una minaccia di guerra. È il caso dell’imprenditore e inventore sudafricano Elon Musk, che non a caso ormai da qualche anno sostiene come rappresenti la terza rivoluzione nell’ambito della guerra dopo la polvere da sparo e le armi nucleari. Il pericolo più grande, secondo Musk, è lo scenario in cui che le macchine prendano il sopravvento e si rivoltino contro l’uomo, un qualsiasi errore di sistema o cortocircuito che porti questi futuri “mostri tecnologici” a diventare incontrollabili, o peggio ancora che le porti ad avere coscienza di se stesse e ad inserire la propria sopravvivenza tra le discriminanti alla base delle proprie scelte.
Di qui la necessità, da lui fortemente candeggiata di una exit strategy, ovvero di un comando che consenta di disattivare qualsiasi sistema automatizzato, restituendo al guidatore il pieno controllo sul mezzo. Una sorta di interruttore che spenga il “robot” e impedisca a malintenzionati di forzare il sistema o, in ultima ipotesi, a lui stesso di vivere di vita propria.
E’ noto che uno dei nodi principali da sciogliere relativi all’IA sarà l’aspetto giuridico. Cosa succederà infatti quando le operazioni mediche saranno completamente automatizzate? O quando le operazioni all’interno delle fabbriche saranno tutte effettuate da macchine? O ancora quando la stragrande maggioranza dei mezzi pubblici sui quali viaggiamo verranno teleguidati? Di chi sarà la responsabilità in caso di errore o in caso di incidente?

Sotto il profilo della responsabilità civile la questione sembra apparentemente più facile, in quanto viene moderatamente accettata una forma di responsabilità oggettiva, si potrebbe quindi ascrivere al produttore o a chi ne usufruisce, come accade oggi per i comuni elettrodomestici. Discorso molto più complesso sotto il profilo penale, dove come sappiamo la responsabilità è personale. Come muoversi in questo caso?
In America e in Asia stanno già valutando da qualche anno quale percorso seguire, ma nel frattempo anche l’Europa ha cominciato a interrogarsi sul tema.
Lo scorso 16 febbraio 2017 il Parlamento Europeo ha infatti approvato per 396 voti a favore (123 contrari e 85 astenuti) una risoluzione sul futuro della robotica, chiedendo urgentemente alla Commissione Ue un progetto per la creazione di uno status giuridico specifico per i robot, per stabilire di chi sia la responsabilità in caso di danni, chiedendo inoltre di prendere in considerazione l’istituzione di un’Agenzia europea per la robotica e l’intelligenza artificiale.
L’obiettivo ovviamente dovrebbe essere quello di lavorare su una normativa uniforme tra gli Stati.

Come dicevamo in apertura non possiamo sottrarci dal trattare questo argomento sotto il profilo etico. La contrapposizione tra uomo e macchina ce la portiamo dietro da decenni, e chissà se forse è finalmente arrivato il momento per disegnare i reali e giusti confini di questo complicato rapporto.
Recentemente nel dibattito è intervenuto anche Papa Francesco, “Le innovazioni tecnologiche siano impiegate per la protezione della nostra casa comune. In particolare, l’intelligenza artificiale e i robot devono essere a servizio dell’umanità, non una minaccia come alcune valutazioni purtroppo prevedono. La tecnologia deve essere impiegata per contribuire al servizio dell’umanità e per la protezione della nostra casa comune piuttosto che il contrario».
Questo il monito di Bergoglio, mirato a salvaguardare la dignità della persona umana e verso un’etica di sviluppo sostenibile che mettano al centro i diritti della persona umana. Una tecnologia quindi al servizio della persona e non il contrario.
Mi permetto di concludere con una considerazione probabilmente esterna a questo dibattito, perché molto banale ed elementare, una di quelle riflessioni fatta con gli occhi e con la mente di bambino.

Riguarda il lato emotivo, sentimentale. Immaginatevi il negoziante che fa uno sconto, seppur minimo, al bambino che non riesce ad arrivare con i soldi che ha in mano al prezzo esatto del pacchetto di figurine, o al valore affettivo di un oggetto lavorato a mano da un artigiano da regalare ad una persona che ama, oppure al gesto istintivo di un automobilista che si ferma per far attraversare due persone anziane, anche se ancora lontane dalla sua auto. Esempi cinematografici me ne rendo conto, ma con il sopravvento della tecnologia non esisterà operatore che eroga servizio se non si raggiunge la somma da pagare, o macchina in grado di personalizzare un lavoro, tutto sarà identico, ripetitivo, perfetto.
L’uomo invece è una creatura imperfetta per antonomasia, e in quanto tale in grado di differenziare il lavoro che produce, dandogli un significato, un valore, e questo nessuna macchina al mondo potrà mai riuscire a farlo.
Speriamo di essere riusciti ad affrontare il tema analizzando le diverse prospettivi e i diversi punti di vista, si tratta di un fenomeno che non deve spaventare, perché porta in se il seme del miglioramento, ma non deve neppure essere ignorato o sottovalutato poiché potrebbe creare gravissimi problemi. La tecnologia va costantemente messa in discussione, ha bisogno di uno studio e una riflessione continua. Il cambiamento va gestito e controllato, non subito.

Daniele Saponaro

Daniele Saponaro

Daniele Saponaro, romano di 30 anni. Comincia giovanissimo l'attività politica, diventando a 20 anni dirigente provinciale di Azione Giovani, movimento giovanile di Alleanza Nazionale. Nel 2013, insieme agli altri membri dell'esecutivo, partecipa alla fondazione e alla costituzione di Gioventù Nazionale, organizzazione giovanile del neonato Fratelli d'Italia, diventando il segretario romano del movimento, carica che ricopre attualmente. Parallelamente all'attività politica, inizia la sua carriera professionale collaborando con la Niaf, l'associazione degli italiani in America, dove sta a stretto contatto con le imprese connazionali interessate ad avviare attività oltreoceano. Questa esperienza lo porterà poi all'Anpit, associazione di imprenditori impegnata nella contrattazione collettiva e i servizi alle aziende, della quale è il presidente a Roma dal 2015.

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