Incinta ma senza tampone, l’ospedale non la visita e perde il bambino

di Daniele Dell'Orco
14 Gennaio 2022

La pandemia ha totalmente ribaltato la logica morale. La nostra società è diventata prima ostaggio dei protocolli sanitari, poi del rispetto delle norme (anche assurde), ora dei continui dilemmi di carattere etico che portano a considerare come “reietto”, “pericoloso”, “ciarlatano” chiunque provi a manifestare dei dubbi circa l’attuale contesto pandemico.

Il buon senso ha abdicato a beneficio della burocrazia, a sua volta basata su un principio che ormai pare inalienabile: il Covid è il motore immobile delle nostre vite. Anche il più remoto rischio della sua proliferazione (fisiologica) va evitato, ad ogni costo. A costo di segregare, a costo di ridurre alla fame, a costo, anche, di sacrificare una vita.

Com’è accaduto ad Alessia Nappi, 25 anni di Sassari, e al suo nascituro. Sabato mattina la donna incinta al primo mese, si è recata al pronto soccorso ostetrico delle cliniche di San Pietro di Sassari. Aveva perdite e forti dolori addominali.

Prima di visitarla, sia l’ostetrica dell’accettazione che il medico contattato le hanno richiesto un tampone molecolare. Alessia, vaccinata con due dosi (e terza prenotata) non ne ha effettuato nessuno di recente e chiede di farlo seduta stante. In quel momento, dentro un ospedale pubblico e in tempi di tamponificio perenne, chissà perché non era disponibile. I sanitari l’hanno dunque invitata a tornare il lunedì successivo. Salvo complicazioni.

Il problema è che le complicazioni erano già in corso. E la donna, rimasta insieme al marito nel parcheggio dell’ospedale ad assistere al degenerare della situazione, ha perso il bambino.

Una vicenda assurda. Con la dirigenza sanitaria che scarica le colpe sul medico di guardia. Ma il deplorevole atteggiamento del personale sanitario è un sintomo di un frastuono molto più ampio, di un tunnel all’interno del quale ci siamo infilati senza riuscire ad uscirne e anzi condannandoci da soli a dover andare sempre più a fondo. Il marito di Alessia, Enzo, ha infatti arricchito di particolari la vicenda che la rendono ancor più assurda: “Abbiamo aspettato 20 minuti. Poi dopo una nostra sollecitazione l’ostetrica ci ha risposto che si era dimenticata di telefonare al quarto piano. Dopo la telefonata, la richiesta del tampone molecolare che non avevano e il rientro a casa senza nessuna visita, ma col consiglio di far assumere ad Alessia una tachipirina”.

È stata la stessa donna a puntualizzare che si tratta di complicazioni che possono accadere al primo mese, ma è inammissibile che, a causa dell’alto numero di contagi dell’ultimo periodo, un medico sia anche solo portato a pensare di poter sottovalutare un caso clinico senza nemmeno una visita perché per accedere al soccorso serve un tampone che i sanitari stessi non riescono a procurare.

Il primario di Ginecologia, Giampiero Capobianco, si è giustificato spiegando com’è stata completamente ridisegnata, causa Covid, la fase di accettazione: “In queste settimane siamo stati costretti a correre ai ripari. Un cluster interno sarebbe un disastro, dobbiamo proteggere le altre donne ricoverate in attesa di partorire. Per questo i casi più semplici, in assenza di un tampone, cerchiamo di risolverli nel pre-triage. La paziente ha parlato di una lieve perdita e di dolori addominali, è una situazione purtroppo frequente a 3-4 settimane di gravidanza, e gestibile a casa. La nostra raccomandazione è stata quella di tornare immediatamente, qualora l’emorragia non passasse o aumentasse. Noi vorremmo poter visitare tutti come prima, ma dobbiamo preservare il reparto. Nei giorni scorsi, grazie allo screening molecolare preventivo, siamo riusciti a intercettare otto donne positive. E le abbiamo potute gestire nella nostra area Covid. Ci dispiace davvero per quello che poi è accaduto alla paziente. Ma, è triste dirlo, noi non avremmo potuto cambiare le cose. Non almeno in una fase così prematura del feto”.

Quindi, “non avremmo potuto fare nulla”, o “bisogna proteggere gli altri pazienti”, o “un cluster sarebbe stato un disastro”, sono diventate risposte accettabili in ambito sanitario. Il ribaltamento della morale è palese. Il bambino è perso, ma il protocollo è salvo. Un successo.