Il prof. Marco Gervasoni contro la SeaWatch, l’Anpi lo vuole epurare

di Daniele Dell'Orco
1 Luglio 2019

I depositari del primato sulla cultura, sulla verità e sulla bontà d’animo, di norma, sono gli stessi che accusano gli altri di analfabetismo, disinformazione, ignoranza. E con “gli altri” si intende tutti gli altri. Tutti quelli che decidono di non allinearsi a un certo tipo di filone. Poco importa che questi siano accademici, intellettuali, scienziati, fisici nucleari. Se non sei un fan del dogma globalista sei un limitato.

È essenzialmente questa la ragione dietro la campagna discriminatoria messa in atto dall’Anpi nei confronti di Marco Gervasoni, docente di Storia contemporanea presso l’università del Molise, che riprendendo le posizioni di Giorgia Meloni sul caso SeaWatch, ha commentato sui suoi canali social: “Ha ragione Giorgia Meloni, la nave va affondata. Quindi Sea Watch bum bum, a meno che non si trovi un mezzo meno rumoroso”. Ora, i toni, i modi e le parole utilizzate dal prof. Gervasoni su Facebook e su Twitter sono da sempre piuttosto coloriti. Tuttavia, si tratta di un codice comunicativo del tutto personale, che può non piacere ai puritani caviale e Dom Perignon, ma che al contrario si rivela essere molto diretto ed efficace in un contesto social. Di contro, è noto che Gervasoni non sia un buzzurro, ma per accertarsene basterebbe leggere uno dei suoi editoriali sul Messaggero, uno dei suoi interventi nelle decine di convegni a cui viene chiamato a partecipare in tutta Italia, uno dei suoi acuti commenti in tv.

L’Associazione dei partigiani però, con la scusa dei “toni”, cerca di colpire la voce di turno che in modo del tutto arbitrario considera fuori dal coro, pericolosa, sovversiva: “I toni pesantemente irridenti, ed ancor più le parole usate nell’augurarsi che la nave Sea-Watch venga fatta saltare in aria, sono in se stessi inaccettabili, e certo indicativi di una visione del mondo e dei diritti umani a dir poco sconcertante”, ha dichiarato il presidente dell’Anpi, Loreto Tizzani. “Ma ciò che li rende assolutamente vergognosi è il fatto che ad usarli sia un docente universitario, e per di più un docente di storia:  la categoria cioè di coloro che avrebbero l’alto compito di educare le giovani generazioni instillando in loro conoscenza, competenza, etica. Senza dimenticare il rigore di analisi e di acquisizione di dati che dovrebbe costituire il necessario bagaglio operativo di chi si avvicini allo studio della storia. Ci si chiede dunque cosa e come potrà insegnare ai propri studenti chi liquida la vicenda della Sea-Watch, così complessa indubbiamente dal punto di vista giuridico ma elementare, addirittura, da quello dell’umanità, con battute di pessimo gusto sui metodi per farla esplodere e con frasi di rimpianto per il trattamento dell’impiccagione riservato una volta ai pirati”.

Sono gli stessi, per inciso, che a proposito di formazione non hanno esitato a prendere le difese della prof. sospesa a Palermo per “mancanza di vigilanza” (Rosa Maria Dell’Aria, insegnante di italiano in un Istituto Tecnico) e di Lavinia Flavia Cassaro, la maestra elementare che augurava la morte agli agenti di polizia a Torino e trovata in possesso di cocaina e hashish dentro casa. Gervasoni, però, che insegna a ragazzi ben più formati, si sarebbe reso protagonista di “comportamenti così gravi soprattutto per i possibili effetti negativi sugli studenti dal punto di vista umano e didattico”. La soluzione? La censura, ovviamente, in nome dell’art. 2 della Costituzione che deve “restare il faro di ogni intenzione e azione, in particolare per chi detiene un ruolo di alto livello istituzionale”. Se sei un docente e sui social prendi posizioni anticonformiste su dei fatti di cronaca politica, insomma, è doveroso che l’Istituto in cui insegni ti cacci a pedate. Liberamente e umanamente, s’intende.