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Gli arabi non pagano al Museo Egizio di Torino? Allora gli italiani dovrebbero entrare gratis dovunque

Daniele Dell'Orco di Daniele Dell'Orco, in Attualità, del

Non smette di creare polemiche lo scontro tra Giorgia Meloni e il direttore del Museo Egizio di Torino, Christian Greco – documentato da video diffusi dagli organi di informazione – si è svolto durante quello che i firmatari di una lettera di Solidarietà espressa da comitati tecnico-scientifici del Mibact a Greco hanno definito “un sit-in di chiaro contenuto politico”. “La discussione – si legge – rende conto delle ragioni di una scelta culturale (uno sconto dedicato per tre mesi ai visitatori di lingua araba) dichiaratamente inclusiva e, peraltro, connessa a un quadro più ampio di offerte, facilitazioni, riduzioni, rivolta a varie fasce di utenti, italiani e cittadini del mondo”.

Per la cronaca, il Museo Egizio di Torino è il secondo museo di antichità egizie più importante al mondo, dopo quello del Cairo in Egitto, sia per la vastità delle sue collezioni (quasi 40mila pezzi) sia per il loro valore, in molti casi inestimabile. Fu aperto nel 1824 e da allora ha subìto progressivi ampliamenti e modifiche ai suoi spazi espositivi, nel pieno centro della città. L’ultima grande ristrutturazione è durata quasi cinque anni e ha portato a raddoppiare la superficie espositiva, con oltre 60mila metri quadrati, e a renderla più fruibile. Grazie agli ampliamenti e al lavoro della fondazione privata che se ne occupa – su licenza del ministero per i Beni e le Attività Culturali – il Museo Egizio è da anni ai primi posti nella classifica dei musei più visitati in Italia, con più di 800mila visitatori ogni anno. I suoi successi, anche in termini economici e di gestione, si riflettono sulla città soprattutto per quanto riguarda il flusso di turisti.

Il fatto è che, essendo la cultura un patrimonio universale come sostiene lo stesso direttore Greco, non si è ben capito da dove nasca la necessità di ideare agevolazioni che anziché essere “inclusive” sono in realtà delle categorizzazioni. Deleterie, sempre e comunque. Che le opere esposte nel Museo siano di dubbia provenienza e che l’Egitto non le abbia gentilmente richieste indietro poco o nulla c’entra con il diritto di fruizione gratuita da parte di tutti gli arabi del mondo. Non solo egiziani. In più, anche qualora si fosse voluto agire in tal senso a testimonianza della gratitudine espressa verso un popolo di tradizione, storia e cultura millenaria, non si capirebbe il motivo per cui gli italiani non debbano poter usufruire dello stesso diritto, essendo, per via diretta o indiretta, “donatori” di centinaia, migliaia di opere d’arte sparse in giro per i musei di tutto il mondo.

I ricercatori italiani, per studiare alcuni aspetti peculiari della pittura del Trecento e del Quattrocento italiano, non si recano a Siena, a Firenze, a Bologna. Devono andare al museo Petit Palais di Avignone, perché alcune delle opere più importanti di quel periodo stanno lì. Da una Madonna con Bambino di Botticelli al Polittico del Duomo di Camerino di Carlo Crivelli. E che dire delle più grandi attrazioni in mostra nella National Gallery di Londra (peraltro gratuita, ma per tutti), una su tutte l’Adorazione dei Magi di Masaccio. E le pale d’altare che impreziosiscono i musei di Berlino da dove provengono? Dalla collezione Solly, composta esclusivamente con cose sottratte a chiese e conventi dell’Italia centrale e settentrionale tra il 1797 e il 1805. Edward Solly, inglese, commerciante di legname vissuto a Berlino durante le campagne napoleoniche, un po’ per passione, un po’ per avidità mista a furbizia imprenditoriale, riuscì a mettere insieme una collezione unica, che poi ha fatto fruttare vendendo i pezzi con oculatezza. E, peraltro, senza mai mettere piede in Italia: fece tutto con la complicità dei mercanti nostrani che gli permisero di portarsi via un dipinto come la cosiddetta Madonna Solly di Raffaello, oggi conservato nella Gemäldegalerie di Berlino insieme, tra gli altri, al San Sebastiano di Botticelli.

Cosa dovremmo fare allora, richiedere un passepartout per gli italiani, un patentito che consenta la libera fruizione di opere d’arte sottratte all’Italia nel corso dei secoli?

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco è nato nel 1989. Laureato in di Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze dell'informazione, della comunicazione e dell'editoria nel medesimo ateneo. Dirige le testate online Cultora.it e Nazione Futura.it. È collaboratore del quotidiano Libero e del sito Sporteconomy.it, ed è stato editorialista de La Voce di Romagna. Nel 2013 ha pubblicato il libro “Nicola Bombacci. Tra Lenin e Mussolini” e l’ebook “Rita Levi Montalcini – La vita e le scoperte della più grande scienziata italiana” (entrambi editi da Historica), mentre nel 2017 sono usciti in libreria "Non chiamateli Kamikaze" (Giubilei Regnani Editore) e "Città del Messico" (Historica). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell'attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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