Festa del 4 novembre: quell’Italia che celebra le sconfitte e ignora le vittorie

di Daniele Dell'Orco
4 Novembre 2016

Dei quasi 3 milioni di abitanti della città di Roma ce n’è almeno un buon 35-40% che stamattina, mentre i 9 delle Frecce Tricolori volteggiavano in tondo per una ventina di minuti abbondanti aspettando il momento del passaggio radente sull’Altare della Patria, si sarà chiesto: cosa mai staranno celebrando? Perché il 4 novembre formalmente in Italia è un giorno di festa. Solo formalmente però perché, in quanto giornata lavorativa, nessuno se ne cura. Si celebra la Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate, una festa molto sentita fino a qualche decina di anni fa e che oggi è praticamente sconosciuta.

Il 4 novembre 1918, un’altra Italia si rialzava in piedi dopo il disastro di Caporetto, dimostrando tutto il valore di cui, seppur per brevi tratti dell’era moderna, il paese è riuscito a dare prova. Si rialzava e vinceva una guerra, la più spaventosa guerra che fino ad allora il mondo avesse visto. Una guerra vinta non contro altri italiani ma contro un altro Stato che da secoli dominava importanti regioni e che impediva il compimento del processo unitario iniziato con la Prima guerra di Indipendenza nel 1848.

Il comandante delle forze armate italiane, il generale Armando Diaz, comunicò con un bollettino la fine della Guerra e la vittoria: «La guerra contro l’Austria-Ungheria che l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. […] I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza».

Sì, fu una vittoria di Pirro. Per carità. A Versailles l’Italia tornò italietta poiché i leader politici non avevano mezza goccia del sangue degli eroi di Vittorio Veneto. Uno squilibrio reiterato nei decenni, per la verità. Istituita nel 1919 e durata fino al 1976, dal 1977, dopo una riforma del calendario volta ad aumentare i giorni lavorativi, si cominciò a festeggiare la giornata dell’unità nazionale e delle forze armate nella prima domenica di novembre. Negli anni Ottanta e Novanta l’importanza della festa diminuì progressivamente, rispetto agli anni Sessanta e Settanta in cui era oggetto di discussioni, polemiche e lotte politiche. Sebbene sia l’unica festa nazionale che sia stata celebrata dall’Italia prima, durante e dopo il fascismo, come spesso accade nel nostro paese terrorizzato da tutto e da tutti, e che vede fascismo pure nella Nazionale che canta l’inno di Mameli, è stata nei decenni associata a un sentimento nazionalista tipico dei “fasci”. Quindi che si fa? Si stempera, si minimizza, si fa scemare l’euforia pur mantenendo le celebrazioni. Ma, tolta la solennità e soprattutto introdotto il giorno feriale, l’identificazione con quelli che furono i martiri del Primo Conflitto non può che scemare. Hai visto mai a qualcuno venisse voglia di occupare Fiume!

Inutile fare paragoni e sterili associazioni ma, di fatto, il nostro è l’unico paese al mondo che celebra le sconfitte, il 25 aprile, e che fa passare sottotraccia le, poche, gloriose vittorie.