Non solo The Young Pope: ecco perché adoriamo i misantropi della tv

di Daniele Dell'Orco
24 Ottobre 2016

In principio era Dr House. Quando il sociopatico medico interpretato da Hugh Laurie fece il suo debutto nel lontano 2004 rivoluzionò per sempre non solo la percezione del professionista col camice come “angelo custode” dei pazienti, ma pure quella del “modello” a cui la società contemporanea avrebbe iniziato ad ispirarsi. Fu un esperimento audace, dacché fino a quel momento, in quanto ognuno di noi sarà stato paziente almeno una volta nella vita, il piccolo schermo aveva sempre puntato sul far sentire “eroi” i mastri del giuramento di Ippocrate. Ma non solo: vigili del fuoco, commissari di polizia, persino gangsters. Tutti uniti dall’iperbole positiva che avrebbe fatto breccia su un pubblico desideroso di “pure” ammirazioni. House, invece, col suo essere l'”antieroe” più famoso della tv, ha creato un’intera letteratura. Al pubblico ha iniziato a interessare non la figura del “più bravo”, ma quella del “genio incompreso”. Cioè: non ciò che chiunque potrebbe diventare grazie al suo talento, ma ciò che chiunque potrebbe diventare “nonostante” il suo talento. Un malvagio, quanto di più umano non si possa, ma maledettamente bravo.

Il debutto record su Sky per The Young Pope, la serie firmata dal regista premio Oscar Paolo Sorrentino con Jude Law e Diane Keaton, che ha esordito con 953 mila spettatori medi per gli episodi 1 e 2 (addirittura +45% rispetto all’esordio di Gomorra – La serie) introduce diverse novità che saranno di certo apprezzatissime da critica e pubblico, ma di fatto prosegue, estremizzandolo, quel filone inaugurato da House: essere sociopatici non può impedirti di diventare Papa. I critici americani alla Mostra di Venezia lo avevano ribattezzato l’House of Cards del Vaticano. Un accostamento fin troppo facile, poiché se di intrighi, scandali, corruzioni, limiti umani piace parlare, il piccolo Stato Pontificio è più di quanto si possa prestare come centro di una sceneggiatura efficace. Protagonista il carismatico Lenny Belardo, giovanissimo primo Papa americano della storia del Vaticano, affascinato dal potere ma con un trauma infantile mai superato. Elemento di rottura completa col passato, è un ribelle che non rispetta alcuna regola se non quelle che si autoimpone. Nulla di più pericoloso quando si tratta di sedere a capo di un’istituzione per definizione attenta al mantenimento dello status quo, rappresentato magistralmente dal controverso Cardinal Voiello, interpretato da Silvio Orlando.

Fulcro portante del suo pontificato è il completo ribaltamento del concetto di “immagine”. A differenza dei suoi predecessori, identificati da un volto e un tono di voce, Pio XIII è un neo-iconoclasta, che punta proprio sull’assenza di un’immagine chiara come centro del marketing papale. “L’artista più famoso al mondo? Banksy. Lo scrittore? Salinger. Il gruppo di musica elettronica? I Daft Punk”, dice. Logiche che accomunano un’icona pop e il vicario di Cristo ribaltando totalmente la società di Instagram.

L’enigma è dunque servito: perché nella società dell’apparire, delle convenzioni sociali, delle foto che spesso ritraggono addirittura qualcuno che non siamo veniamo attratti dai misantropi, anticonformisti, scorretti papi, medici, capi di stato? Un desiderio inconscio di provare ammirazione per i “reietti”, per qualcuno in grado di fregarsene di tutto, ma allo stesso tempo un feeling diretto con i “limitati” e i “fallibili”. Chi lo vedrebbe mai uno show su un Papa perfetto, o su un Presidente degli Stati Uniti magnanimo, pacifista e marito ideale? Molto più efficace far passare il messaggio opposto: pur con tutti i tuoi limiti caratteriali, con i pregiudizi, con l’odio che ti circola nelle vene, non sei comunque così tanto diverso da un Pontefice. Sii pure ciò che vuoi, tanto alla fine a vincere su di te come su chiunque altro saranno sempre le regole d’ingaggio di una società contemporanea da cui non puoi fuggire.

È un’evoluzione ancor più radicale della tv come portatrice di certezze anziché di interrogativi. Un abbandono definitivo del ruolo “pedagogico” del medium iniziato per la verità mezzo secolo fa. La brillantezza di tutto ciò tuttavia sta nello sbugiardare l’uomo comune facendolo sentire importante. Il misantropo Frank Underwood sullo schermo fa figo, e quindi tutti nella vita reale si atteggiano a misantropi, salvo poi trattare i veri misantropi come appestati. Il Papa sregolato che fuma e non rispetta i segreti del confessionale è un eroe, mentre il tipo che supera la fila alle Poste è un maleducato, disonesto, emblema di un Paese senza senso civico. La solitudine di Dr House è così magnetica e intrigante, mentre l’amico che rinuncia ad uscire il venerdì sera un depresso con manie suicide.

Il vero capolavoro è sempre il medesimo dunque: far sentire il pubblico specialista della normalità, così normale da potersi autoconvincere di essere a suo modo unico e singolare. Un’ideologia molto grillina, per la verità.