Enrica Perucchietti: “Fake news? Ormai è l’Inquisizione”

di Pasquale Ferraro
16 Aprile 2020

Mentre il nostro paese si trova ad affrontare l’emergenza coronavirus, il governo rispolvera la questione della lotta alle Fake News, costituendo una task force pronta a dar battaglia. Ne parliamo con Enrica Perucchietti, autrice del bellissimo saggio “ Fake News, dalla manipolazione dell’opinione pubblica alla postverità” pubblicato per i tipi Arianna Editrice, con prefazione di Marcello Foa.

Che idea si è fatta sulla persistenza storica delle fake news?

Le notizie false sono sempre esistite e penso che sia anche connaturato al giornalismo, la difficoltà di distinguere tra una notizia vera ed una falsa, soprattutto quando non si ha la possibilità di approfondire una notizia sul campo. A livello storico si può citare la strage di Timisoara o alcune notizie diffuse dai media mainstream tanto durante la prima, quanto durante la seconda guerra del Golfo, dove appunto la difficoltà di non poter essere sul posto, ha favorito una certa virtualità dell’informazione. Come ho mostrato nel mio libro le fake news sono sempre esistite, non è solo un fenomeno moderno, attuale connaturato con il web. Certo il web è pieno di bufale, ma anche i media mainstream sono incappati in vere e proprie fake news.

Quanto ha pesato sull’aumento delle fake news ai tempi della post-verità l’emergere dei social?

La rete è un mezzo, uno strumento, dipende da come lo si utilizza, sicuramente – come dicevo prima- in rete si trova molta disinformazione, ma il problema non è cercare di epurare quello che si trova in rete, deresponsabilizzando i cittadini, ma cercare all’opposto di responsabilizzare gli utenti.

In che senso?

Secondo me uno dei problemi dei social e del web in generale e che siamo affetti da una forma di compulsività per cui  innanzitutto non leggiamo i libri, non leggiamo più gli articoli, e quando troviamo un articolo il cui titolo ci attrae, non lo apriamo e non lo leggiamo, ma  lo condividiamo in modo compulsivo facendolo diventare virale, senza approfondire né contenuto né tantomeno le fonti. Da qui si può generare appunto quella forma di viralità di informazioni sbagliate. Io penso che a parte l’esistenza di siti farlocchi, e di blog che lucrano sulle fake news, ci sia un problema di mancata responsabilizzazione e che nell’epoca della post-verità si tende, dato che l’informazione è stata spettacolarizzata, a scegliere di credere a ciò che si preferisce e che risuona di più nelle proprie corde. Anche questo è un problema di mancata maturità dei cittadini, perché se facessimo più attenzione a ciò che leggiamo e condividiamo questo problema sarebbe ridotto e di molto.

Che ne pensa della “task force” costituita dal governo per contrastare le “fake news”?

Penso che dagli ultimi tre anni la battaglia mainstream contro le fake news voglia portare alla creazione  di una informazione certificata, le notizie col bollino a cui le persone devono fare riferimento e dall’altro ci sia una strumentalizzazione  della battaglia contro la disinformazione in realtà  per portare all’oscuramento del web e alla censura  delle voci critiche dell’informazione alternative. Già tre anni fa paragonavo la battaglia contro le fake news con la creazione di un Miniver orwelliano. Perché a mio dire già  allora  quando si tentò di far passare il Ddl Gambaro ad oggi con la costituzione di questa “task force” contro le fake news, cogliendo il pretesto del coronavirus per poter compire quello che negli ultimi anni non si era riuscito a fare. Spingendo anche l’opinione pubblica sull’onda della paura a legittimare una caccia alle streghe in cui si sta cercando di imbavagliare le voci critiche dissidenti rispetto al pensiero unico. Oggi questo Miniver , può vedere la luce proprio perché l’opinione pubblica è disorientata ed annebbiata dalla pura e dall’emotività e si è colto – ripeto – il pretesto dell’emergenza sanitaria per istituire questo ministero orwelliano.  Io lo considero pericolosissimo tutto ciò, perché rischiamo l’introduzione di un reato di opinione, una sorta di psico reato orwelliano.

Questa guerra contro le voci critiche è l’ultimo sussulto del politicamente corretto e del pensiero Liberal, che oramai inizia a sgretolarsi?

Guardi me lo vorrei augurare, ma ho paura che ci siano altre cartucce nel caricatore. Ho paura che questa accelerazione degli eventi possa portare ancora ad altro, ad una stretta maggiore sul controllo sociale e sulle libertà individuali,  privacy e anche libertà di opinione: proprio perché ci si sta muovendo in uno stato di eccezione, ma anche in uno stato di paura, e la paura se strumentalizzata ad ok , può servire per legittimare dei provvedimenti che sarebbero stati impensabili in uno stato ordinario delle cose.

Sono provvedimenti temporanei?

Il mio timore è che i provvedimenti che verranno attuati oggi, possano non essere poi sospesi una volta che l’emergenza sanitaria passerà e che si sia anche abituata l’opinione pubblica ad accettare delle misure liberticide e anche una deriva sempre più autoritaria sull’ondata della paura, ed ho paura che per quanto possa sembrare un colpo di coda, ci si possa aspettare  ancora altro.

Sulla lotta al complottismo si rischia di generalizzare, alla fine è un fenomeno storico?

Una di quelle tecniche auree per dileggiare, attaccare e screditare il nemico, in questo caso i ricercatori alternativi e le voci critiche, creando un’etichetta diffamatoria in questo caso il complottista, per farvi rientrare chiunque la pensi in modo alternativo.  Ormai anche parlare di informazione alternativa  sembra essere un sinonimo di complottismo. Innanzitutto il complottismo esiste – come diceva lei – i complotti fanno parte della storia dell’umanità, e il fatto di maturare delle ipotesi alternative rispetto alla narrazione mainstream, merita da parte dei mastini del pensiero unico di essere attaccati e denigrati con il marchio del complottista.

Quindi si innesta una caccia al complottista?

Anche questa è una modalità dei tribunali dell’inquisizione, e secondo me ci troviamo davanti oggi ad un vero e proprio tribunale dell’inquisizione con dei novelli Torquemada, che talaltro o si autonominano  o comunque sono gli stessi media mainstream che si sono investiti di questa auto ufficialità, arrogandosi anche la presunzione di decidere cosa è vero e cosa è falso, si fa leva anche sulla persecuzione di quei pensatori che non si sottomettono al pensiero unico politicamente corretto.  Da qui la formazione delle liste di proscrizione in cui vengono denigrati con epiteti come; fascisti, complottisti, omofobo e via discorrendo.

Quanto agli eccessi di complottismo?

Esistono degli eccessi di complottismo, esiste però anche il complottismo degli anti complottisti, perché gli anti complottisti maturano una forma di fanatismo che è uguale e contraria ai cospirazionisti più paranoici. Quindi anche questa modalità di fare informazione in modo fanatico, cercando di denigrare i ricercatori che non piacciono al mainstream penso che non faccia bene all’informazione, ma che vada sempre di più verso un clima orwelliano di caccia alle streghe e di Miniver.