Il declino politico, economico e sociale del calcio italiano
16 Gennaio 2018
Tutto quello che è avvenuto nel corso di Italia-Svezia e lo psicodramma non solo sportivo che ne è conseguito è il concentrato di quello che sta avvenendo di recente nel nostro Paese. Facendo un parallelismo calcistico (in realtà ben più limitato di quanto voglia sembrare e dei provvedimenti presi a suo tempo), la nostra situazione è in parte assimilabile alla condizione della Germania tra Francia 98 e gli europei di Belgio e Olanda del 2000. In entrambe le occasioni, la Germania è uscita malamente (dopo aver però preso parte alle competizioni) ai quarti in Francia contro una grande Croazia e al girone in Olanda contro un Portogallo in grande crescita. Due 3 a 0 senza appello e inequivocabili nel gioco così come nel risultato. Da quel momento, però, e non solo da quel momento, visto che niente si può inventare dal nulla, qualcosa nel sistema calcistico tedesco è cambiato. La Germania (loro grandi esperti di rinascite) si è rimboccata le maniche e ha ricostruito un sistema calcistico che in quel momento era poverissimo in uomini e strutture, nonostante la recente vittoria di euro 96 e del mondiale del 90. In dieci anni avevano sperperato completamente un capitale umano e di opportunità che poteva apparire quasi irripetibile, visto il reale ruolo egemone che a metà degli anni Novanta sembrava dover ricoprire la squadra teutonica. Negli stessi anni, anche le fortune delle squadre tedesche di club a livello internazionale erano quasi più occasionali che frutto di un vero e proprio movimento retrostante, e tutto questo al netto dei risultati di un sorprendente Borussia Dortmund e della rocambolesca finale di Champions di Barcellona giocata tra Manchester UTD e Bayern Monaco.
Ebbene, proprio tra la fine degli anni Novanta e i primi del nuovo millennio, certamente anche spinti dalla prospettiva di organizzare i mondiali del 2006 (noi invece rifuggiamo le grandi manifestazioni, temendo i nostri magheggi piuttosto che cercare di porvi rimedio), i tedeschi hanno operato una vera e propria rivoluzione non solo calcistica ma, soprattutto, sociale ed economia. Sono gli anni in cui la Germania è diventata veramente una nazione unita.
Rimanendo per ora al calcio, dopo la disfatta di euro 2000, in Germania è stata data una forte accelerazione al sistema delle scuole calcio, con la realizzazione di efficienti e funzionali centri di allenamento federali (cioè della federazione nazionale calcistica) che hanno permesso di reclutare, allenare e plasmare giovani calciatori in maniera capillare su tutto il territorio dando loro un comune metodo di allenamento e di gioco, dando omogeneità e continuità di metodo nel tempo e rendendo così anche molto più agevole il seguente inserimento nelle vere e proprie squadre di club delle serie maggiori che, difatti, sono ricchissime di giovani talenti che non hanno paura di far esordire. In Germania i settori giovanili delle squadre funzionano bene e producono (manco fossero una catena di montaggio fordista) giocatori fatti e finiti che hanno solo bisogno di essere sgrezzati. E’ stato poi abbandonato il classico sistema di gioco e di allenamento in stile nordico, vale a dire fondato quasi esclusivamente sulla fisicità, prediligendo la qualità tecnica. Ecco quindi che nel giro di poco tempo abbiamo avuto i vari Ozil, Sanè, Draxler, Goretzka, Gotze, Kroos, Gundogan, Bradt ecc. giusto per citarne alcuni trai i più recenti (e giovani) e di successo. Parallelamente alla rivoluzione tecnica, c’è stata la rivoluzione organizzativa e delle strutture. I nostri fatiscenti centri sportivi impallidiscono davanti alle strutture moderne e attrezzate di qualsiasi squadra della Bundes Liga le quali, spesso, applicano approcci di allenamento innovativi ed ingegnosi, anche se a noi possono sembrare per lo più folkloristici (vedi ad esempio i metodi di Klopp al Borussia Dortmund). Inoltre, il rinnovamento delle strutture di allenamento è andato di pari passo con quello degli stadi. Probabilmente ancor più di quelli inglesi, gli stadi tedeschi sono i migliori in Europa (frutto anche delle recenti costruzioni e restauri del 2006), moderni, sicuri e accoglienti. Mentre noi vediamo (quando pure andiamo allo stadio) le partite in impianti a dir poco dal sapore vintage, motivo per cui gli stadi sono spesso semi vuoti, loro detengono il record di presenze europeo con gli stadi pieni per l’intera stagione con percentuali che stabilmente superano il 90%. Roba da fantascienza per chi si accontenta di riempire uno stadio per metà spacciandolo per un successo. Chiaramente, tutte queste innovazioni e realizzazioni non sono il frutto del caso o dell’iniziativa sporadica, ma sono state realizzate con una non riottosa collaborazione, stretta e proficua, tra club e federazione che in piena osmosi hanno operato per un vero rilancio del proprio sistema calcistico persino a prescindere dalla realizzazione di risultati immediati, così come possono testimoniare i successi mancati dalle squadre di club a livello internazionale per alcuni anni. Quindi, una migliore gestione delle risorse umane, una forte innovazione dei metodi di allenamento e delle strutture hanno portato ai risultati che ora possiamo vedere e considerare eccellenti senza dubbio. Nonostante questo, però, anche il risanamento economico di numerose realtà calcistiche ha fatto si non solo che questo processo fosse accompagnato dal senso di necessità ma che una certa filosofia venisse del tutto sposata. A questo proposito, basti vedere i salvataggi di squadre come il Borussia Dortmund (ancora una volta loro), ma anche le innovazioni dello Schalke 04 e di molte altre società.
I risultati sportivi di questa rivoluzione sono stati poi (a livello di nazionale soprattutto) rapidi e palesi. Ai mondiali nippo-coreani del 2002, la Germania si è presentata con una nazionale completamente nuova, composta di giocatori in buona parte a quel tempo semi-sconosciuti che però si è arresa solo in finale contro il Brasile pentacampione. E’ incappata nell’ennesimo incidente di percorso (in questo caso più di crescita forse) agli europei 2004 per riprendersi ai mondiali casalinghi del 2006 (fermati, guarda caso, proprio dall’Italia in quell’epica semi-finale del Westfalenstadion).
Quello che conta, però, al di là di alcuni risultati sportivi non positivi come quello del 2004, è il processo di crescita intrapreso da tutto il movimento calcistico, capace di rimanere da allora costantemente ai vertici del calcio internazionale in barba ai ricambi generazionali e alle inflessioni periodiche che possono avvenire. Tanto è vero che, dopo il mondiale casalingo, i tedeschi si sono confermati essendo stati fermati solo sul più bello dalla Spagna (Euro 2008) che stava aprendo il ciclo di bi-campione d’Europa, titoli intramezzati dalla conquista del mondiale sudafricano. Proprio in Sud Africa, i tedeschi hanno poi conquistato l’ennesima semi-finale (stoppati ancora una volta dalla Spagna dei miracoli), così come in semi-finale sono stati fermati dalla loro bestia nera per eccellenza (l’Italia) a Euro 2012 (con quella splendida doppietta di Balotelli in stile statua greca).
Ecco pur, a dire il vero, non vincendo nulla, tra il 2002 e il 2010, ed escludendo quindi la debacle del 2004, in tutti i grandi tornei internazionali la Germania ha sempre giocato almeno la semi-finale, dimostrando quindi di avere una base di giocatori e una organizzazione tale capace di reggere all’usura del tempo e di essere in grado di rinnovarsi mantenendo alto il rendimento. Il processo di crescita però non sarebbe stato veramente compiuto senza il raggiungimento di un vero successo. Questo è arrivato ai mondiali brasiliani del 2014, in cui il 7 a 1 (nuovo maracanazo per il Brasile) rifilato ai padroni di casa in semi-finale è quasi più significativo della vittoria finale ai supplementari contro l’Argentina. In questa digressione, poi, per completare la serie dei “piazzamenti”, non bisogna poi dimenticare che i tedeschi hanno giocato l’ennesima semi-finale all’europeo francese, e si apprestano a giocare i prossimi mondiali da assoluti favoriti.
Anche se non sempre si realizza l’aforisma dell’ex stella inglese Gary Lineker secondo cui “il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince”, va però detto che i tedeschi hanno storicamente, e non solo negli ultimi diciotto anni, una straordinaria costanza nei risultati anche quando non sono decisamente favoriti.
Ad accompagnare questo rinascimento calcistico, frutto non solo della grande volontà e dell’organizzazione tedesca, ci sono quantomeno altri due fattori esogeni che ne hanno quantomeno favorito la realizzazione e che sono sintomatici dell’inverso procedimento che Italia e Germania stanno subendo.
Entrambi questi fattori sono politici, uno prettamente economico l’altro, forse più sociale.
Il primo. Il caso (?) vuole che proprio in corrispondenza delle ultime disfatte e della rinascita del calcio tedesco corrisponda in politica un altrettanto importante periodo di rilancio del Paese portato attraverso le iniziative (talvolta impopolari ma tremendamente efficaci), del cancelliere socialista Gerhard Schroeder, il quale ha preso una Germania colpita da una fortissima crisi economica e sociale post unificazione nel 1998 e ha posto le basi per il rilancio perpetuato e goduto poi dalla CDU di Angela Merkel (Cancelliere dal 2005).
Mentre, appunto, in Germania è stato operato un profondo rinnovamento a tutti i livelli della società e dell’economia che hanno fatto in modo che il Paese tornasse a dominare la scena politica, economia e (anche) calcistica (così come dimostrato persino dal ranking europeo per le squadre di club), nello stesso periodo, esclusa la grande vittoria del mondiale del 2006 proprio in Germania, l’Italia sembra aver intrapreso la strada opposta. Mentre i piazzamenti tedeschi sembravano col tempo la conseguenza di una precisa strategia, avvalorata da un costante lavoro (vedere la continuità di Low come CT dal 2007 in poi), volta al conseguimento del successo, i residui risultati positivi dell’Italia conseguiti agli Europei (visto che negli ultimi tre mondiali due volte è uscita ai gironi contro nazionali modeste e alla terza occasione non si è qualificata), sono sembrati più episodici e il frutto di un genio e di un orgoglio residuo. Ed è proprio agli europei del 2016 che l’Italia ha ceduto il passo alla Germania in quella che è la prima sconfitta italiana contro i tedeschi in una grande competizione internazionale anche se arrivata però solo ai rigori.
Il secondo. Un modello di integrazione degli stranieri in Germania ben più efficace ed efficiente di quello italiano. Non stiamo ora e qui a fare una disamina articolata di un fenomeno che altrimenti necessiterebbe di una analisi ben più complessa. Verificando però la rosa dei giocatori della Germania dai mondiali del 2002 in poi ci si accorge che molti dei protagonisti di quelle squadre non erano, per così dire, tedeschi al 100%, se si considera come parametro esclusivamente quello del legame di sangue. Tra le fila della nazionale tedesca, infatti, nel tempo sono presenti sempre più giocatori tedeschi di seconda o, talvolta di prima generazione, originari della Polonia (Klose e Podolski ad esempio) o di altri paesi europei (Mario Gomez Spagna, Neuville Svizzera, Emre Can, Gundogan, Ozil, Turchia) o africani (Odonkor, Sanè e altri), alcuni nati, altri no, in Germania ma in buona parte con almeno uno dei genitori immigrato da un Paese estero.
L’immigrazione in Germania è, per così dire, di qualità, e questo vale sia in ambito calcistico sia in qualsiasi altro ambito economico produttivo. In Italia, stiamo ancora dibattendo sulla concessione della cittadinanza e sullo sviluppo stesso del concetto di cittadinanza spesso confondendo lo stesso con temi che ben poco hanno a che vedere. Mantenendo ferme tradizioni e reminiscenze storiche oggettivamente diverse, visto che in Italia ben più sviluppato è il tema degli oriundi (vale a dire dei giocatori con discendenza italiana più o meno lontana e che vengono naturalizzati), appare però ovvia la necessità di un nuovo modello di integrazione per fare fronte ad una fase storica oggettiva e che non è più possibile ignorare così come si sta facendo fino ad ora, premettendo che questa non debba però diventare una moda bensì un prezioso strumento da sfruttare in caso di opportunità.
Molte delle cose qui elencate non sono certo (ahinoi) delle novità rivoluzionarie ma ripercorrono in molte parti dei sentieri già battuti da lungo tempo. Visto che, come spesso si dice, le situazioni di crisi spesso aprono a delle opportunità, forse sarebbe anche qui il caso di ragionare costruttivamente tutti assieme e trovare delle soluzioni per il rilancio del calcio e del Paese perché, checché se ne dica, noi italiani abbiamo davvero bisogno di entrambi.