Così finisce il matrimonio: una legge per abolire l’obbligo di fedeltà

di Daniele Dell'Orco
15 Dicembre 2016

Un’istituzione che pone le sue basi nella natura stessa dell’essere umano, regolata giuridicamente da millenni, spazzata via con un rigo. Un solo rigo. Il disegno di legge Cantini, in esame presso la Commissione Giustizia di Palazzo Madama, consta di un articolo in grado di rivoluzionare il concetto stesso di matrimonio. Il termine dal latino era l’unione delle parole mater (genitrice) e munus (compito, dovere), intendendosi nel diritto romano come “compito della madre”, quello cioè di sancire un’unione ai fini riproduttivi che desse legittimità ai figli nati dall’unione (allo stesso modo il termine patrimonium indicava il “compito del padre”, cioè provvedere al patrimonio). In sostanza, sancendo un legame e stabilendo dei doveri reciproci, si preveniva la deriva individualista ed egoista a cui la considerazione del rapporto sarebbe potuta incorrere

Tra questi doveri c’era ovviamente anche la fedeltà, un obbligo che tutt’ora viene esplicitato dall’art. 143, comma secondo, del codice civile, e che il ddl Cantini sta per abolire. A detta dei firmatari della legge quest’obbligo sarebbe “il retaggio culturale di una visione ormai superata e vetusta del matrimonio, della famiglia e dei doveri e diritti dei coniugi”. La stessa giurisprudenza di Cassazione, ricordano, ha statuito che “il giudice non può fondare la pronuncia di addebito della separazione sulla mera inosservanza del dovere di fedeltà coniugale” (cfr. Cass. n. 7998/2014).

Inoltre, si sottolinea nella relazione al ddl, con l’avvento della legge n. 21/2012, è stato superato il “problema annoso della distinzione tra figli legittimi e figli naturali, distinzione odiosa che ha portato il legislatore a prevedere l’obbligo di fedeltà tra i coniugi”. Infatti, l’art. 143 c.c., stabilendo tale obbligo, si richiama soprattutto alla fedeltà sessuale della donna “perché fino a non molto tempo fa, solo la fedeltà della medesima era un modo per ‘garantire’ la legittimità dei figli”. Essendo quindi superata tale distinzione, conclude la relazione, può superarsi anche un “obbligo” che non può certo ascriversi “tra i doveri da imporre con legge dello Stato”.

Dietro il cavallo di Troia del “concetto bigotto” c’è ovviamente, come sempre, un motivo di carattere economico. Nelle cause di addebito di divorzio, infatti, molto spesso è il coniuge che tradisce a pagare, pecunia alla mano, le conseguenze dell’infedeltà. Se il tradimento viene individuato come causa dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza infatti, il coniuge che tradisce perde il diritto al mantenimento. Ad oggi, non solo il coniuge tradito può chiedere i danni morali ma l’addebito sulla carta potrebbe scattare anche in caso di tradimento virtuale. Nell’era di internet e dei flirt digitali, a determinati requisiti (forte sospetto di infedeltà e relazione virtuale in grado di ledere la dignità del coniuge) anche lo scambio di messaggi spinti può far scattare l’addebito per tradimento (in questo senso si è espressa la Cassazione con sentenza 8929/2013). E ci sono perfino alcune limitate ipotesi in cui è stata prevista la possibilità in capo al coniuge tradito di chiedere il risarcimento dei danni all’amante.

Un problema per le tasche di chi se ne frega della fedeltà e che non vuole pagare, materialmente però, per aver infranto una promessa eterna. Un emblema di quanto la responsabilità sia diventata un ostacolo, una fonte di ansia e una minaccia alla spensieratezza su cui dovrebbe basarsi tutta la vita quotidiana dell’homo oeconomicus. Tanto vale dunque smontare, pezzo dopo pezzo, dei capisaldi morali regolati per legge proprio perché la morale è da considerarsi ormai un concetto obsoleto. Una rivoluzione etica che la senatrice Pd Laura Cantini definisce “un modello molto più avanzato”, che dovrà essere recepito dal codice civile. Il suo ddl mira ad integrarsi perfettamente con le “innovazioni” introdotte dalla legge Cirinnà, da cui venne tolta la fedeltà sessuale quale requisito di coppia, in quanto caratteristica esclusiva del matrimonio tradizionale. Ma ciò significherebbe, a detta della Cantini, avere “le corna legali” per le coppie omosessuali ma non per quelle etero. E, questo, nell’era dell’egualitarismo, non più è accettabile.