Il complotto Usa contro Fiat-Chrysler: colpire Marchionne per colpire Trump

di Daniele Dell'Orco
13 Gennaio 2017

La tempesta inaspettata arriva in un momento particolarmente positivo per il gruppo Fca. E, comunque vada, lascerà qualche conseguenza sull’andamento dell’azienda. È questo che più ha amareggiato e fatto infuriare il Ceo Sergio Marchionne che ha immediatamente difeso l’operato dell’azienda e di tutti i suoi collaboratori. Secondo il manager lo strappo poteva essere evitato proseguendo il dialogo: “Possiamo essere dei deficienti – ha sibilato fortemente irato – ma di certo non siamo immorali. Di questo sono sicuro e un’accusa del genere non l’accetto nemmeno dal presidente degli Stati Uniti”.

A proposito di Casa Bianca, Marchionne si augura che Fca non sia finita in una ”guerra politica” fra l’amministrazione uscente di Barack Obama e quella entrante di Donald Trump, dopo i ringraziamenti del presidente eletto per l’investimento da 1 miliardo di dollari negli Stati Uniti, con la creazione di 2.000 posti di lavoro. ”Spero che le accuse non siano una conseguenza” del cambio di amministrazione, dice l’ad descrivendo il comportamento dell’Epa come quello di ”un’agenzia che perderà efficacia”, come previsto da Trump. “Non credo, spero di no, anche perché l’avventura con Chrysler è iniziata nel 2009 proprio con la presidenza di Obama”.

Al di là della sostanza delle accuse che andranno verificate nei prossimi mesi, la forma e la tempistica fanno riflettere. Le discussioni sull’argomento, cioè sul livello delle emissioni e del relativo software del propulsore che le gestisce, sono iniziate fra Fca e le agenzie per l’ambiente oltre un anno fa (a settembre 2015 quando esplose il caso Volkswagen), mentre la dura accusa è stata formalizzata dall’Epa (istituzione fondata da Nixon e che riferisce direttamente alla Casa Bianca e al Congresso) a pochi giorni dalla scadenza del mandato degli attuali vertici che verranno sostituiti dall’Amministrazione Trump. Cosa peraltro avvenuta anche con Volkswagen, che può aver accettato la sanzione del Dipartimento della Giustizia più salata del previsto per l’inasprirsi della situazione in seguito all’arresto di un suo dirigente a Miami.

Nel comunicato ufficiale tempestivamente divulgato, l’azienda si è detta contrariata, ma pronta a continuare dialogo e massima collaborazione con le agenzie e il Dipartimento di Giustizia per chiarire in fretta ogni sospetto. I tecnici sono pronti a mettere a disposizione un nuovo software per eliminare le perplessità sollevate. Non dovrebbe trattarsi in ogni caso di “defeat devices” perché, come ha sottolineato con parecchio vigore il numero uno operativo del colosso italo-americano, i veicoli messi sotto accusa si comportano sempre nello stesso modo, “sia se sono un banco di omologazione sia quando viaggiano su strada”. L’altro aspetto che ha fatto parecchio arrabbiare il top manager è che nei prossimi giorni sono in calendario incontri da tempo concordati sia con l’Epa che con la Carb per l’omologazione dei modelli 2017 di Grand Cherokee e Ram Diesel (104.000 auto in totale, nessuna delle quali è arrivata sul mercato Europeo) e se il nuovo software di gestione avesse soddisfatto gli esperti avrebbe potuto essere adottato anche agli esemplari già in circolazione.

Il Ceo ha ipotizzato che le divergenze tecniche fra l’agenzia e gli ingegneri dell’azienda possono essere in parte dovute dalla visione più europea dei tecnici che lavorano sul diesel. Nel nostro continente, infatti, sono del tutto normali interventi del software che in alcune circostanze prevengono malfunzionamenti e problemi del propulsore stesso. Fca, in ogni caso, non cambierà rotta: i veicoli con motore a gasolio che pur esprimono volumi limitati negli Stati Uniti continueranno ad essere venduti dopo l’ok delle autorità competenti.

Non spaventa Marchionne neanche la possibile sanzione fino a 4,6 miliardi di dollari: ”sopravviveremo”. I colpi di coda che l’amministrazione Obama ha messo in atto nelle ultime settimane di mandato, quelle successive alla vittoria elettorale di Trump, sono comunque indice di immaturità politica, e di un tentativo di boicottare l’avventura di The Donald prima ancora dell’insediamento. Il tutto, ovviamente, a danno del popolo americano.