No all’ambientalismo di maniera, sì alla difesa del Creato

di Leonardo Tosoni
10 Febbraio 2020

Dell’ambientalismo confusonario, di chi non trova niente di meglio da fare che andarsene a spasso per la sua città, sfruttando un giorno di assenza scolastica giustificata dal pressappochismo di un ex ministro ansioso di apparire chic, possiamo di certo farne a meno. 

Non si vuole generalizzare, ma abbiamo assistito, nelle tante iniziative dei “Friday for future”, a manifestazioni cariche di messaggi politici, con moltitudini di ragazzi che sentendosi “salvatori del mondo” in nome di un presunto ambientalismo, inondavano piazze e vie per poi concludere talvolta la loro passeggiata con una bella strafogata al McDonald’s, buttando magari le cartacce a terra con la scusa dei cassonetti pieni. 

Di certo, ci saranno stati in quelle manifestazioni, centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze in buona fede, animati da un reale sentimento di rispetto e volontà di conservare il pianeta. Per intendersi, è un bene che le giovani generazioni abbiano interesse al rispetto della Natura, contro l’eccessivo inquinamento e a favore di una politica di sostenibilità ambientale.

Ma se il rispetto dell’ambiente è qualcosa di fondamentale, non si può aprioristicamente considerarlo una battaglia di una precisa area politica. Quale correlazione può esserci tra una manifestazione ambientalista e la canzone Bella Ciao, cantata da Greta Thumberg a Torino lo scorso dicembre? Perché esibire in quelle manifestazioni cartelli con su scritto “Meno Co2, più Cccp” con annessa falce e martello, e lanciare altri messaggi politici, espressione di un ribellismo velleitario e generico? 

D’altra parte, guardando a fondo, il tema della conservazione della Natura, si presta particolarmente alla visione del mondo conservatrice, tradizionalista, sulla scia della difesa del Creato. E’ stato uni scrittore come Fabio Balocco, in un articolo apparso su Il Fatto quotidiano, ad affermare che «la tutela ambientale è più patrimonio di un conservatore che di un progressista».

A “destra” sono fiorite  in Italia associazioni come Fare Verde (fondata da Paolo Colli nel 1986), le campagne ambientaliste sostenute da Pino Rauti e dai giovani nei Campi Hobbit, e la “filosofia verde” è stata al centro di uno studio del più grande intellettuale conservatore degli ultimi decenni, Roger Scruton (Green Philosophy, Atlantic books, 2013), scomparso qualche da poche settimane.

La maggiore consistenza del cambiamento climatico e l’esaurirsi via via crescente delle risorse naturali, ha costituito, a dire il vero, anche un punto di riflessione per la Dottrina sociale della chiesa, sfociato poi nell’enciclica del 2015: Laudato si’, in linea peraltro con la tradizionale impostazione cristiana dell’uomo come custode dell’universo.

Il punto della questione non è stabilire se l’ambientalismo sia di destra o di sinistra. Il sentimento ambientalista può risiedere in ognuno indipendentemente dalle preferenze ideologiche. 

Creare strumentalizzazioni politiche intorno a un problema come questo rischia di favorire il formarsi di scetticismo – anch’esso politico – intorno a delle battaglie di per sé giuste, che finirebbero così per assumere il carattere di “armi di distrazione di massa”. Se c’è un bene, materiale e spirituale, veramente collettivo, universale, a disposizione immediata della comunità, questo è la Natura. 

Quanto emerso dall’ultimo rapporto del WWF, Living planet, non è un dettaglio da prendere a cuor leggero. Il rischio del collasso di alcuni ecosistemi e il dato che registra una diminuzione del 60% della fauna selvatica dal 1970 a oggi, sono elementi preoccupanti.

E’ chiaro – e il rapporto in effetti lo evidenzia – che tra le prime cause vi sia il “crescente consumo dell’uomo”: ma non è tanto l’operaio che raggiunge la sua fabbrica con la propria macchina a costituire il problema, piuttosto dei meccanismi di produzione ultra-capitalistica incuranti di preservare, in quanto espressione di un fine esclusivamente materiale. 

Occorre interrogarsi e confrontarsi, prendere coscienza della grandezza del fenomeno e non cadere nelle semplificazioni. L’uomo dovrà controllare il modo di produrre e di vivere, ma il disboscamento dell’Amazzonia, gli incendi in Australia, e più in generale lo smaltimento illecito dei rifiuti, le depurazioni senza regole, l’avvelenamento dei cieli e dei mari non saranno risolti con un giorno di assenza scolastica giustificata.

Andrebbero rilette, piuttosto, le lucide riflessioni scritte da Konrad Lorenz ne Gli otto peccati capitali della nostrà civiltà, soprattutto in tema di sovrappopolazione, devastazione dello stato vitale e competizione tra gli uomini.

Certo, se Civiltà è anche il costruire avendo come orizzonte l’armonia tra l’Uomo e la Natura, la difesa del Creato non può diventare un pretesto nemmeno per impedire la realizzazione di tutte le opere, pubbliche e private. Opporsi agli eco-mostri e protestare contro il deturpamento causato dalle tante opere incompiute e inquinanti non significa impedire la costruzione di infrastrutture fondamentali per lo sviluppo. 

Per salvare il Creato bisogna tornare ad amarlo. Amare la magnificenza di un percorso di montagna, la purezza dell’aria respirata in un luogo incontaminato, la beatitudine che può dare il fermarsi ad osservare un campo di grano illuminato dal sole; amare tutte le specie viventi, per salvaguardarne la conservazione e la diversità; amare gli alberi a partire dalle radici, la terra e i suoi frutti, il mare, fonte di vita e crocevia di identità: Quello che veramente ami non ti sarà strappato / Quello che veramente ami è la tua vera eredità.