Al di là della demagogia: lo stipendio dei parlamentari tra eccessi ed equità
28 Febbraio 2017
La politica è un affare serio ma, fin troppo spesso, le provocazioni, le boutade o, peggio, gli eccessi si impossessano di uno dei più importanti strumenti del vivere civile spogliandolo del suo stesso ruolo e svilendone la funzione equilibratrice.
Ecco, anche per quanto riguarda un argomento che, in tempi di “populismi”, va per la maggiore come quello dei vitalizi e delle diarie dei parlamentari, le provocazioni e gli eccessi tendono a governare il fenomeno ben più di quanto dovrebbero normalmente fare, sviandone il reale senso e motivazione della sua esistenza.
In ordine di tempo, l’ultima proposta (radicale) è quella della soppressione totale degli stipendi per il parlamentari avanzata dal Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, neo contender alla Segreteria del PD che, evidentemente, ritiene, attraverso questa proposta così vicina ad un elettorato più volatile e sensibile a iniziative del genere come potrebbe essere quello del Movimento 5 Stelle, di ottenere un considerevole vantaggio nella sfida al dimissionario Segretario Matteo Renzi.
Ebbene, lo “stipendio” per i parlamentari però non è uno strumento, diciamo così, di autotutela della classe politica, volto magari a scavare un solco sempre più profondo tra mondo reale e “Palazzo”, ma è un istituto sancito dall’art. 69 della Costituzione (ancora vigente fino a prova contraria e per volere di popolo), il quale stabilisce che i parlamentari ricevano un’indennità per lo svolgimento della propria attività. Tale somma, percepita dai rappresentanti del corpo elettorale, è stabilita per legge come tutela dell’indipendenza dei parlamentari nello svolgimento del loro ruolo e volta a consentire l’accesso al mandato parlamentare a tutti i cittadini senza che vi possa essere alcun condizionamento economico esterno. Evidentemente, quindi, la cifra, per poter fuggire dalle tentazioni deve essere sostanzialmente congrua. Siccome la congruità dello “stipendio” è demandata ad altri atti normativi stabiliti da organi interni delle due assemblee (pur seguendo dei principi guida), sono sostanzialmente, in qualche maniera, i parlamentari stessi a stabilirne l’entità. Ecco, su questo punto si potrebbe discutere, e anche tanto. Si potrebbe ragionare se le cifre siano giuste o eccessive; si potrebbe stabilire anche quale dovrebbe essere, in linea di massima, il tenore di vita sostenuto dal ciascun parlamentare; si potrebbe, persino, aprioristicamente stabilire che quanto messo a disposizione di ciascun parlamentare sia oggettivamente eccessivo e andare incontro ad una robusta riduzione dell’importo, ma non alla sua soppressione tout court. Questo atto farebbe venire meno dei principi costituzionali non immutabili ma da ritenersi inviolabili per buon senso.
Una proposta che riguarda la soppressione dell’indennità parlamentare porta con sé un gusto antico, e ci fa tornare con la memoria ai tempi in cui la politica era sostanzialmente appannaggio di quei “notabili” che per decenni hanno governato le nazioni seguendo molto i loro interessi e tenendo fuori dalla cosa pubblica coloro i quali non erano in grado di sostenere un ruolo di tale livello per educazione, certo, ma anche e soprattutto per l’impossibilità economica di ricoprire quel ruolo e svolgere la propria funzione in piena indipendenza. Tuttavia, se la politica intesa come vocazione e ritorno al servizio allo Stato e al cittadino può essere vista come auspicabile, altrettanto non si può dire di una politica ancora più elitaria che tiene fuori dai processi decisionali il soggetto che, a tutti gli effetti e per Costituzione, detiene la sovranità, il popolo. Escludere persone ed interi segmenti della società dal ricoprire incarichi pubblici perché già disoccupati o inoccupati non è il metodo più efficace per far emergere gli αριστοι (i migliori) ma è quello più utile a far emergere coloro i quali semplicemente se lo possono permettere economicamente, a tutto scapito non solo dei principi di sussidiarietà e rappresentanza ma, cosa ben più grave, a scapito della democrazia stessa.