Il Regno Unito post-Brexit: il progetto di un nuovo Commonwealth

di Pierfrancesco Malu
18 Gennaio 2017

La Gran Bretagna che entra nella fase operativa post Brexit sembra voler riprendere le fila di un vecchio dogma del conservatorismo britannico: il Commonwealth. Come ha recentemente affermato il Primo Ministro di Sua Maestà, Theresa May: “In questo momento stiamo abbandonando l’Europa e pianifichiamo un vertice biennale del Commonwealth. Costruiremo una Gran Bretagna veramente mondiale”, lasciando trasparire la volontà di voler ricreare un ambito economico privilegiato con quelle che erano le vecchie colonie del vasto impero britannico. Sostanzialmente, con questa azione i britannici abbandonerebbero un sistema politico ed economico di libero mercato ma di cui non erano guida e Paese dominante per resuscitare un sistema post coloniale, in cui (almeno stando alle ambizioni) la loro posizione dovrebbe essere del tutto prevalente.

Il fatto è che questa iniziativa dal gusto un po’ retrò sembra richiamare negli aspetti generali l’idea politica e imperialista di Joseph Chamberlain, importante politico e Ministro delle colonie dell’Inghilterra a cavallo tra ‘800 e ‘900. Secondo Chamberlain, per assicurare un futuro florido al Regno Unito, questo avrebbe dovuto privilegiare il rapporto economico e politico col proprio sistema coloniale, anziché proseguire nei commerci con l’estero. L’intento di questa iniziativa politica era di creare una grande partecipazione che coinvolgesse direttamente il popolo nella costituzione e nel rafforzamento dell’Impero, creando un coeso sistema inter-imperiale a tutto scapito degli altri sistemi nazionali le cui esportazioni sarebbero state fortemente tassate al fine di renderle assai meno convenienti dei prodotti locali.

Con questo gesto, la May vorrebbe ribaltare l’assioma secondo il quale con la Brexit il Regno Unito finirebbe col ritirarsi e rinchiudersi in se stesso, rilanciando anzi l’idea che il forte incremento dei commerci tra questo gruppo ristretto di paesi sia in grado di favorire la crescita economica britannica.

Si chiarifica, quindi, il progetto nascosto dietro la propaganda. La Gran Bretagna ha scelto il leave nella speranza di assumere una posizione che in Europa (in parte per sua stessa scelta) non avrebbe mai potuto avere. Gli inglesi vogliono avere la possibilità di farsi da soli le regole e decidere se e come rispettarle, anziché far parte di un gruppo di paesi di cui non sono mai stati veri e propri membri e che hanno più spesso contribuito ad intralciare piuttosto che a rivalutare.

In una situazione internazionale ben diversa da quella di Chamberlain, e con un impero inesistente, questa mossa sembra un po’ quella di chi fa (come da proverbio) i conti senza l’oste. La disponibilità dei partecipanti a questo rinnovato sistema ad assoggettarsi economicamente al Regno Unito è tutta da verificare, così come saranno da verificare le modalità del nuovo speciale partenariato con gli Stati Uniti di Trump. Di sicuro, il rilancio britannico non è affatto certo. Sarebbe stato, invece, auspicabile che la Gran Bretagna si fosse impegnata con maggiore convinzione nella realizzazione di una struttura europea più efficiente ed efficace anziché volendo esserne perpetuamente l’eccezione.